Riforma del Fisco, i modelli citati da Draghi sono la Danimarca e la Commissione Visentini. Ecco perché

Nel suo discorso al Senato il premier incaricato ha citato due esperienze da seguire e sottolineato la necessità di affidare la riforma del fisco ad esperti

Tra le riforme elencate da Mario Draghi nel suo discorso al Senato da cui dipende anche il Next Generation Eu, c’è anche quella del fisco. Pochi i riferimenti forniti dal premier incaricato – come la necessità di un intervento complessivo senza cedere «all’urgenza del momento» e quella di affidare un’eventuale riforma ad esperti «che conoscono bene cosa può accadere quando si cambia un’imposta» – e due i modelli da lui indicati: la Commissione di esperti in materia fiscale indetta nel 2008 in Danimarca e la cosiddetta Commissione Visentini che negli anni Settanta ridisegnò il sistema tributario in Italia


Chi era Visentini, studioso e politico

Studioso e politico, Bruno Visentini nasce a Treviso nel 1914. Anti-fascista, nel 1943 viene arrestato a Roma e accusato di propaganda contro il regime. È tra i fondatori del Partito d’Azione, ma sarà protagonista anche del Partito Repubblicano. La sua carriera politica inizia con la sua elezione alla Camera dei Deputati proprio con il Partito Repubblicano Italiano nel 1972. Due volte ministro delle Finanze (23 novembre 1974 – 12 febbraio 1976 e ancora dal 4 agosto 1983 – 17 aprile 1987) è stato anche ministro del Bilancio e della Programmazione Economica (29 marzo 1979 – 15 luglio 1979). Viene eletto più volte al Parlamento europeo e al Senato della Repubblica, carica che ha ricoperto fino alla morte nel 1995.

Come ha ricordato il premier incaricato Draghi nel suo discorso, Visentini, insieme all’economista Cesare Cosciani, viene considerato padre della riforma tributaria nel 1971 alla quale partecipò sia come studioso sia da politico. Visentini infatti fece parte della Commissione di studio per la riforma tributaria sin dal suo insediamento nel 1962 e in seguito al Comitato di studio per l’attuazione della riforma tributaria (istituita il 18 settembre 1964), di cui assunse la vice presidenza dal giugno 1966. Dal 1971 fu anche sua responsabilità l’attuazione della riforma nei vari incarichi parlamentari e di governo.

«[…] il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio»

Mario Draghi nel suo discorso al Senato, 17 febbraio 2021

Cosa fece la commissione che cambiò il sistema tributario italiano

A differenza delle riforme precedenti introdotte nel dopoguerra, come la riforma Vanoni del 1951 o la riforma Tremelloni del 1956, la riforma concepita dalla Commissione Visentini modificava il sistema tributario nel suo complesso e non con interventi isolati o parziali. Tra i suoi obiettivi c’erano: la semplificazione del sistema tributario – così da permettere al cittadino di conoscere pienamente l’incidenza del prelievo fiscale -, l’efficientamento dell’amministrazione finanziaria – anche al fine di contrastare l’evasione fiscale -, una più equa distribuzione dell’onere tributario – in ossequio ai principi costituzionali «del concorso di ognuno in ragione della propria capacità contributiva e della progressività» – e l’attuazione degli obiettivi della Comunità europea che chiedeva di armonizzare le varie forme di imposizione tra i Paesi membri.

Tra le imposte introdotte troviamo l’imposta sul valore aggiunto e l’imposta comunale sull’incremento di valore degl’immobili. Vennero anche modificate le imposte di registro, successioni, ipotecarie e catastali, nonché l’imposta comunale sulla pubblicità e diritti sulle pubbliche affissioni, sugli spettacoli e le tasse sulle concessioni governative. Con altri decreti vennero creati anche gli uffici per l’Iva e venne istituito il Consiglio superiore delle finanze, organo consultivo del ministero delle Finanze. Fra gli obiettivi della riforma c’era anche quello di realizzare un’imposizione sul reddito delle persone fisiche citata da Draghi ma, come scrive Il Sole 24 Ore, in fase di attuazione «si tornò ben presto all’applicazione di imposte cedolari differenziate per categorie di reddito, con particolare riferimento ai redditi da capitale, a discapito di quelli da lavoro dipendente».

Il modello danese

L’altro modello citato dal premier incaricato è quello danese. La Danimarca – che ha uno dei livelli di tassazione più alti in Europa – nel 2008 aveva nominato una Commissione di esperti in materia fiscale che, dopo una serie di incontri con le parti sociali, aveva presentato un programma che prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti percentuali del Pil. Nel suo discorso Draghi ha fatto riferimento proprio a questo: «l’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata».

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