In Lombardia «vaccinazioni di guerra» contro i focolai: «Intervento tardivo. Non ci sono le dosi» – L’intervista

Il Pirellone punta a creare un “cordone sanitario” in provincia di Brescia e Bergamo per rallentare la terza ondata. L’epidemiologo La Vecchia: «Fare come nel Regno Unito? Allora usiamo una sola dose»

Dal 18 al 24 febbraio, dunque nella prima settimana di operatività del piano vaccinale contro il Coronavirus messo a punto da Regione Lombardia e coordinato da Guido Bertolaso, hanno ricevuto la prima dose 73.519 cittadini. In media circa 10.500 al giorno. Fra loro ci sono 29.980 over 80 e 43.539 under 80. Hanno ricevuto anche la seconda dose 887 over 80 e 2.292 under 80, per un totale di 3.179 persone. In tutto, su 858.700 dosi consegnate alla Lombardia dalla fine di dicembre, ne sono state somministrate 606.527 (70,6%). In attesa che entrino in campo anche le strutture private convenzionate, ieri il Pirellone ha dovuto però rimodulare in corsa il suo piano per tentare di arginare la terza ondata che ha investito la provincia di Brescia. Obiettivo: creare con i vaccini, e con restrizioni localizzate da zona arancione rafforzata, ma senza un lockdown totale, una sorta di “cordone sanitario”.


Si comincia domani con 23 comuni tra Bergamo e Brescia: priorità agli over 80

Tra oggi e domani inizieranno le somministrazioni agli abitanti di otto comuni del Bresciano tra i 60 e gli 80 anni, oltre agli over 80 già previsti. La priorità verrà data agli over 80, poi alla fascia d’età tra i 79 e i 60 anni. I comuni coinvolti sono quelli di Roccafranca, Rudiano, Urago d’Oglio, Pontoglio, Palazzolo sull’Oglio, Capriolo, Paratico e Iseo. Stesso provvedimento per gli abitanti di 15 comuni in provincia di Bergamo: Adrara San Martino, Calcio, Castelli Calepio, Cividate al Piano, Credaro, Gandosso, Palosco, Predore, Pumenengo, Sarnico, Tavernola bergamasca, Telgate, Torre Pallavicina, Viadanica e Villongo.

Bertolaso: «Siamo in tempo di guerra e bisogna vaccinare»

La Regione ha deciso di intaccare anche le scorte destinate ai richiami, scendendo sotto il 30% stabilito dalle linee guida del governo. Perché come ha spiegato Bertolaso «siamo in tempo di guerra e bisogna vaccinare, la variante inglese non si sta diffondendo solo in provincia di Brescia, bisogna rallentarla. Con grande umiltà, stiamo verificando se anche da noi è replicabile l’esperienza fatta in Gran Bretagna e in Israele». Ma la strategia che il Pirellone ha deciso di seguire può davvero prendere come riferimento le esperienze di Londra e Tel Aviv? Ed è sensato lavorare di prevenzione proprio nelle zone in cui i contagi ormai sono esplosi o sarebbe meglio concentrare le dosi in altre province della Lombardia, al momento relativamente meno colpite dalla terza ondata?

La Vecchia (Università Statale di Milano): «È difficile dire se questa strategia potrà essere utile»

«Che io sappia non ci sono precedenti paragonabili su cui basarsi», spiega a Open il professor Carlo La Vecchia, docente di Statistica Medica ed Epidemiologia all’Università Statale di Milano. «È difficile dire se questa strategia potrà essere utile. Scendere con l’età fino a 60 anni – continua – è una buona idea, senza dubbio non è vaccino buttato. Non so però se sia davvero vantaggioso farlo oggi, o se non sia già troppo tardi. A Brescia i contagi sono in crescita da un mese e affinché il vaccino inizi a essere efficace devono trascorrere almeno 14 giorni dalla prima somministrazione».

L’esempio di Israele e Regno Unito non è calzante

In ogni caso, per il professore, il riferimento alle esperienze di Gran Bretagna e Israele non sarebbe calzante: «Il motivo è che stiamo parlando di due Paesi che, contrariamente all’Italia, dispongono di un alto numero di dosi. Israele perché ha fatto un accordo con Pfizer, cedendo in cambio i dati sulla sicurezza e sull’efficacia delle somministrazioni. Il Regno Unito perché produce i vaccini di AstraZeneca e li ha opzionati prima dell’Unione europea, anticipando il capitale di rischio». Due esempi che quindi «purtroppo non c’entrano nulla con la situazione disperata in cui versano l’Unione europea e il nostro Paese, dove non ci sono vaccini o ce ne sono pochissimi».

Quello che lo Stato italiano nelle sue diverse articolazioni può e deve fare, però, è proprio decidere come usare i pochi vaccini a disposizione: «La prima cosa da fare è usarli tutti», continua La Vecchia. «Oggi in Italia nei frigoriferi degli ospedali – spiega – ci sono più di 1 milione di dosi di AstraZeneca ancora inutilizzate, circa 80 mila nella sola Lombardia». In secondo luogo, secondo il professore, ciò che potremmo derivare dall’esempio della Gran Bretagna è l’uso di una singola dose per raggiungere più persone nell’immediato, posticipando il richiamo dopo oltre tre mesi.

La dose singola: l’esempio scozzese

«Questa è una strategia vincente, perché i dati scozzesi hanno confermato che una singola dose protegge nell’85-94% dei casi dallo sviluppo di forme gravi di Covid-19. Possiamo farlo anche noi e mi risulta che se ne stia discutendo a livello governativo». Ma potrebbe essere il Pirellone a prendere direttamente questa decisione? «Scegliere di usare una singola dose, oppure di somministrare AstraZeneca anche agli over 65… non so quante Regioni possano e vogliano assumersi una responsabilità di questo tipo. Sarebbe una mossa disperata, ma noi siamo in una situazione disperata. Non abbiamo abbastanza vaccini e non li avremo almeno fino a dopo Pasqua».

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