«Chiudiamo per l’ultima volta e vacciniamoci tutti». Le voci degli esperti che chiedono un lockdown nazionale

Si fa sempre più strada l’ipotesi di un lockdown nazionale. Il governo valuta la zona rossa per tre o quattro settimane o una serrata solo nel fine settimana oltre al coprifuoco anticipato alle 19

«Chiudiamo per l’ultima volta e utilizziamo questa chiusura per vaccinarci tutti dal Covid», così Enrico Bucci, professore di Biologia alla Temple University di Philadelphia, a la Repubblica. La sua “ricetta” vincente sarebbe quella di «combinare un lockdown rigoroso con una campagna vaccinale massiccia». Dovrebbe durare «un mese, forse due», spiega. Gli italiani difficilmente lo accetterebbero anche se, continua lui, «sono sicuro che se si dicesse loro con chiarezza “vi chiudiamo per l’ultima volta e durante questo periodo vi vacciniamo in maniera massiccia” accetterebbero piuttosto che vivere in balia di decisioni diverse da una settimana all’altra». Il problema, però, sono prima di tutto i danni economici oltre al fatto che le dosi vaccinali «non vengono ancora usate con efficienza né fornite con regolarità». In altre parole, il rischio è che non ci sarebbero vaccini per tutti e il lockdown si rivelerebbe un flop.


«Il sistema a colori non funziona più»

A pensarla così anche Alessandro Vergallo, presidente del sindacato dei medici anestesisti e rianimatori Aaroi-Emac, secondo cui «il sistema a colori non funziona più con questi numeri». «Se la diffusione – spiega Vergallo – aumenta è chiaro che si dovrà pensare a un lockdown nazionale che avremmo davvero voluto evitare». Per un lockdown totale si schiera anche Walter Riccardi, consigliere del ministro della Salute, secondo cui basterebbero anche due, tre o quattro settimane di stop, «dipende quando si raggiunge l’obiettivo».

«Ora siamo nei guai, serve un lockdown duro»

Per Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, per abbattere la curva dei contagi servirebbe un lockdown di 2-3 settimane così da riprendere il tracciamento. Preoccupato anche il professor Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova. A La Stampa spiega che «bisognava fare il lockdown a dicembre». «Ora siamo nei guai. Serve un lockdown duro subito – continua Crisanti – per evitare che la variante inglese diventi prevalente e per impedire che abbia effetti devastanti come in Inghilterra, Portogallo e Israele. E neanche zone arancioni, va chiuso tutto e va lanciato un programma nazionale di monitoraggio delle varianti».

«Il lockdown nazionale, che non piace a nessuno, ha un pregio e un limite. Il pregio è quello di far crollare le infezioni, il limite è che quando riapri, se le situazioni non vengono contenute, sei punto a capo. Però ora abbiamo il vaccino», aggiunge, invece, Massimo Galli, direttore di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ad Agorà.

Il Cts chiede misure più dure

Più cauto il Comitato tecnico scientifico che, pur esprimendo «grande preoccupazione» per l’evoluzione della pandemia, «non ha suggerito al governo alcun lockdown» ma solo un innalzamento delle misure su tutto il territorio nazionale e la conseguente riduzione delle interazioni fisiche e della mobilità. Intanto, come è emerso nelle ultime ore, gran parte degli studenti italiani già dai prossimi giorni rimarrà a casa. Altro che didattica in presenza, si riparte con quella a distanza. Le stime parlano di 9 studenti su 10: un dramma per i ragazzi costretti a stare a casa, da soli e davanti un pc.

Cosa sta facendo il governo Draghi

Il governo si è dato sette giorni di tempo per decidere. Le ipotesi sul tavolo sono diverse: zona rossa nazionale di tre o quattro settimane, zona arancione rafforzata nazionale, zona rossa solo nel fine settimana (per impedire gli assembramenti e gli accessi ai possibili luoghi di ritrovo), zona arancione sempre solo nel weekend e coprifuoco anticipato alle 19 o alle 20. La stretta potrebbe arrivare già dalla metà del mese di marzo ma se ne inizierà a discutere soltanto tra l’8 e il 9 marzo in un vertice tra esecutivo e Cts, come anticipato da la Repubblica. Tutto dipenderà non solo dal numero di contagi giornalieri ma anche dalle proiezioni dell’occupazione dei posti in terapia intensiva e dei ricoveri ordinari.

Foto in copertina: ANSA/CESARE ABBATE

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