Morani (Pd): «Il partito non si meritava il “mi vergogno” di Zingaretti. Ora serve una donna segretario e poi il congresso» – L’intervista

Secondo la deputata dem, i problemi della segreteria di Zingaretti non derivano dalla minoranza ma piuttosto dalla maggioranza: «Basta mettere la nostra identità come polvere sotto il tappeto. Il Pd non può rimanere immobile»

«Quel “mi vergogno” detto da Zingaretti mi ha colpita. Capisco la rabbia ma la  nostra comunità politica non meritava quelle parole». Così Alessia Morani, deputata del Pd, sottosegretaria al Mise nel governo Conte II, commenta i modi e i termini con cui Nicola Zingaretti ha dato le dimissioni, la scorsa settimana, da segretario del Partito Democratico. L’esponente dem precisa che il problema del Pd non può essere rintracciato in una lotta tra correnti, correnti che, per Morani, rappresentano anche l’anima di quel partito nato nel 2008.


Ora, mentre nei corridoi rimbalza il nome di Enrico Letta come possibile nuovo segretario (lui però ha smentito a mezzo social), per la dem c’è solo una soluzione: «Congresso e una segretaria donna che traghetti il partito». Sulla scelta di Zingaretti di andare al programma di Barbara D’Urso, a spiegare le sue motivazioni, non fa polemiche ma si sarebbe aspettata un altro comportamento: «Il tema non è in quale trasmissione parla Zingaretti, ma che non lo abbia fatto prima all’interno della sua comunità politica, negli organismi di partito».

Cosa pensa di quel post su Facebook con cui Zingaretti ha comunicato le proprie dimissioni? 

«Ci sono delle frasi e dei termini che mi hanno colpita, come quel “mi vergogno” o  “poltrone”. Non credo che la nostra comunità politica, al netto degli errori che ognuno può aver fatto, meriti parole così dure. Posso capire l’amarezza, la rabbia, ma alcune parole andavano usate meglio». 

È rimasta sorpresa dalle dimissioni di Zingaretti? 

«La scelta di Zingaretti ha colto di sorpresa tutta la comunità politica del Partito Democratico. Ora noi ci aspettiamo che, dopo la consegna ufficiale delle sue dimissioni alla presidente Valentina Cuppi, si avvii un processo di discussione all’interno dell’Assemblea nazionale, che ci accompagni al prossimo congresso. Congresso, a questo punto, indispensabile».

Quando pensa che il congresso potrà avere luogo? 

«Realisticamente credo che un congresso possa essere fatto superata la pandemia, in autunno, dopo aver raggiunto una vaccinazione di massa. Ma una cosa è certa, andrà fatto. Ci sono questioni essenziali su cui discutere». 

Ma la “minoranza” del partito ha creato così tanti problemi al segretario da legittimare la scelta delle dimissioni?

«Io credo che i problemi di gestione della segreteria di Zingaretti non derivino dalle minoranze, ma che, piuttosto, derivino dalle questioni interne alla maggioranza del Pd e questo si può evincere, anche, dalle dichiarazioni degli ultimi giorni di Zanda, Misiani e Cuperlo. La dialettica interna non può essere, quindi, solo riconducibile alla minoranza di un partito». 

Le correnti hanno da sempre un loro ruolo. Non si riesce a trovare una sintesi?

«Il Pd nasce dalle migliori tradizioni di quel grande contenitore che noi chiamiamo centrosinistra, un’unione di pensieri con alla base una comunanza di valori ma con sfumature diverse. È chiaro, quindi, che il nostro non può essere un partito con un pensiero unico e le correnti o aree politiche al suo interno, sono sempre servite a questo: a rappresentare la nostra eterogeneità. Un partito in grado di raccogliere più tradizioni, proponendo, così, un’offerta politica capace di raccogliere un ampio consenso, questo per noi voleva dire vocazione maggioritaria».

Serviranno le dimissioni di Zingaretti per cambiare certe dinamiche all’interno del partito? 

«Se le dimissioni di Zingaretti serviranno per darci una scossa, rispetto alla nostra identità, lo vedremo già nelle prossime settimane, certo è che nell’ultimo anno e mezzo, invece di discutere sulle trasformazioni socio- economiche e del lavoro,  dovute alla pandemia, noi abbiamo incentrato il nostro dibattito sulla famosa alleanza strutturale o meno con il Movimento 5 Stelle. Purtroppo il nostro problema identitario non è stato affrontato e si è trasformato in polvere da mettere sotto il tappeto. Per questo motivo serve il congresso». 

Come deve essere ripensato il Pd? 

«Noi stiamo assistendo ad una trasformazione dei maggiori partiti politici, è evidente. La Lega si trova, per così dire, dentro ad un governo europeista e deve cambiare radicalmente, quindi, la propria offerta politica. Il Movimento 5 Stelle, parole di Luigi Di Maio, sta modificando, con la guida di Conte, la propria identità puntando a diventare un partito “moderato e liberale”. Dentro questi stravolgimenti del sistema politico, il Pd non può rimanere immobile».

Ora, come da statuto, la presidente del Pd Cuppi avrà la reggenza fino all’elezione del prossimo segretario. Qual è la figura migliore che può portare il partito alla fase congressuale? 

«Non so se la scelta del reggente ricadrà sulla presidenza. Credo che servirà una persona autorevole, capace di ascoltare, fare sintesi tra le varie anime del partito e, soprattutto, servirà una figura capace di dare un segno di innovazione. Per questo credo che possa essere un bel segnale votare una traghettatrice donna. Ma non mi chieda di fare nomi, non spetta a me. Posso dirle, però, che tante colleghe donne del partito sarebbero all’altezza del ruolo».

Zingaretti ha scelto il programma di Barbara D’Urso per spiegare le proprie motivazioni. 

«Zingaretti può scegliere qualsiasi trasmissione televisiva, dalla tv locale fino ai giornali nazionali, ma il tema vero è un altro: Il segretario ha presentato le proprie dimissioni su Facebook e non in un organismo di partito. Poi è andato a spiegare le proprie motivazioni in Tv senza passare, un’altra volta, per un organismo di partito. Io che, sicuramente, sono un’affezionata a quelle regole che “disciplinano” la vita in una comunità politica, avrei preferito che Zingaretti fosse venuto a confrontarsi prima con il suo partito, o comunque glielo avrei consigliato». 

Approva l’idea di chiedere a Zingaretti di tornare a fare il segretario? 

«Lo statuto prevede che per essere riconfermato segretario nazionale Zingaretti dovrebbe candidarsi nuovamente in assemblea ed essere votato. Non escludo, però, che se vi fosse la disponibilità da parte di Zingaretti e una ampia convergenza, si possa trovare anche una soluzione diversa. Però, ad oggi, questa ipotesi viene esclusa dallo stesso entourage di Zingaretti».

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