Al Moscati di Avellino la metà dei pazienti oncologici rifiuta il vaccino (anche Pfizer). Il direttore Pizzuti: «Colpa del caos su AstraZeneca» – L’intervista

Secondo il dirigente occorre migliorare la comunicazione: «La sospensione del preparato di Oxford ha impressionato tutti». Ai fragili somministrate finora circa 450 dosi, da domani altre 200

In Campania, all’azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino, sono cominciate le vaccinazioni contro il Coronavirus per i soggetti identificati come fragili dal piano nazionale e da quello regionale: pazienti cardiopatici, diabetici, nefropatici, immunodepressi, trapiantati e oncologici. Per la maggior parte delle categorie, contattate direttamente dalla struttura, l’adesione alla campagna è stata buona. Ma per quanto riguarda i pazienti oncologici, circa il 50% ha rifiutato oppure ha preferito rinviare l’appuntamento. Come mai? «Dobbiamo migliorare la comunicazione, il caos per la sospensione precauzionale di AstraZeneca ha impressionato tutti», spiega a Open il direttore generale dell’azienda ospedaliera, Renato Pizzuti. «Soprattutto i soggetti fragili, che hanno già problemi di salute, sono preoccupati. Ma devono capire che per loro il vaccino è più che necessario».


Renato Pizzuti, direttore generale dell’azienda ospedaliera San Giuseppe Moscati di Avellino

Dottor Pizzuti, quando avete cominciato a vaccinare i soggetti fragili?

«Le somministrazioni sono iniziate il 30 marzo. Ma già sui prenotati abbiamo notato che circa il 50% dei pazienti oncologici hanno rifiutato oppure hanno preferito rinviare l’appuntamento».

Come lo spiega?

«Dobbiamo migliorare la comunicazione. Il caos per la sospensione precauzionale di AstraZeneca, poi ritirata, ha impressionato tutti. Soprattutto i soggetti fragili, che hanno già problemi di salute, sono preoccupati».

Ma che tipo di vaccino viene somministrato ai pazienti fragili?

«I vaccini approvati dall’Ema e dall’Aifa sono tutti buoni. Noi comunque vacciniamo con Pfizer, perché AstraZeneca per ora è destinato alle fasce più giovani. Per questo dico che dobbiamo lavorare sulla comunicazione: noi vacciniamo con Pfizer, in un ambiente sicuro, con la presenza costante di personale medico pronto a intervenire in caso di qualunque problema».

Anche le altre categorie di pazienti fragili hanno manifestato resistenze alla vaccinazione?

«No, nelle altre categorie – cardiopatici, diabetici, nefropatici, immunodepressi e trapiantati – non ci sono state rinunce significative. Probabilmente con gli oncologici c’è un problema in più, perché si preoccupano anche del rinvio della chemioterapia».

E rinviare la chemioterapia quali rischi comporta?

«Devono passare tre giorni dal vaccino. Tre giorni sono assolutamente ininfluenti ai fini della terapia complessiva, ma i pazienti si preoccupano lo stesso. Bisogna comprenderli, ma devono rendersi conto che proprio loro sono i più fragili se il virus li colpisce. Quindi vanno vaccinati prima degli altri. Il nostro oncologo di riferimento, Cesare Gridelli, ha ribadito questi concetti in tv e sulla stampa. Il vaccino è utile a tutti, ma in questi soggetti è più che necessario».

Cosa succederà adesso ai pazienti che hanno rinunciato? Finiranno in fondo alla lista?

«Non li abbiamo classificati, abbiamo solo incassato il diniego all’appuntamento e verranno ricontattati. Ci vorrà un mese o un mese e mezzo, ma se per caso volessero anticipare possono chiamarci, noi siamo sempre disponibili».

Quante persone sono state vaccinate finora al Moscati?

«Nella prima fase abbiamo vaccinato circa 2.300 persone, tra operatori sanitari e dipendenti dell’ospedale più in generale, compresi gli addetti ai servizi di pulizia e alla mensa, con un’adesione che ha superato il 95%. Per quanto riguarda invece i fragili, al momento abbiamo vaccinato circa 300 soggetti tra nefropatici e trapiantati, e poi altri 150 circa tra cardiopatici, diabetici, immunodepressi e oncologici».

Come intendete procedere adesso?

«Tra ieri e oggi completeremo le somministrazioni ai trapiantati. Mentre da domani ci saranno altre 200 persone fragili che verranno in ospedale a vaccinarsi. Parliamo sempre di pazienti in carico al Moscati, non ci rivolgiamo a tutto il territorio, ma alla nostra utenza. Si tratta quindi di pazienti che vengono qui abitualmente per terapie e controlli periodici. Noi li vacciniamo garantendo la sicurezza della somministrazione».

In base alla sua esperienza, sarà possibile arrivare a vaccinare almeno il 50% della popolazione italiana entro l’estate?

«Ritengo di sì. In linea di massima bisogna procedere per fasce d’età, privilegiando i più fragili. Qui in Campania il tema delle vaccinazioni è sul tavolo ogni giorno e ci stiamo impegnando tutti. Siamo in costante rapporto con la Regione e solo grazie alla cooperazione di tutti i soggetti coinvolti riusciremo a raggiungere questo obiettivo».

A questo proposito, a che punto è in Campania il coinvolgimento delle farmacie? E come sta andando la campagna a domicilio per chi non si può muovere da casa?

«In Campania le farmacie non sono ancora partite, ho letto che dovrebbero farlo a breve. I vaccini a domicilio competono alle aziende sanitarie territoriali, non a quelle ospedaliere. Non ho un quadro diretto della situazione, ma ci sono medici che hanno segnalato situazioni critiche».

E cosa pensa della decisione della Regione Campania di opzionare circa 3 milioni di dosi del vaccino russo Sputnik V, non ancora approvato dalle autorità europee?

«In questo momento penso semplicemente che questo vaccino non è disponibile. Aspettiamo che venga autorizzato e poi vedremo. Credo però che non possiamo permetterci di fare distinzioni, abbiamo bisogno di vaccini indipendentemente da chi li potrà fornire… da parte nostra, quelli che avremo cercheremo di somministrarli alla popolazione. C’è però un’altra cosa che vorrei sottolineare».

Quale?

«Il Moscati sta partecipando alla sperimentazione del vaccino italiano ReiThera. Siamo uno dei 26 centri italiani che hanno aderito e siamo ben contenti di averlo fatto. Finora abbiamo vaccinato più di 50 soggetti con la prima dose e ci hanno chiesto addirittura di rallentare. Per il momento tutto procede bene, non abbiamo registrato nessuna reazione avversa grave, solo un po’ di dolenzia nel punto di inoculo. Credo che produrre in autonomia un vaccino italiano sia molto più importante che concentrarsi a importarlo dall’estero, perché con un vaccino prodotto sul territorio nazionale potremmo gestire molto meglio tutte le fasi della campagna, a partire dalla distribuzione delle fiale».

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