La Super League del calcio europeo prenderà a modello la Nba americana? È una fake news. Ecco perché

La lega statunitense di basket viene citata come esempio. Ma i principi sportivi ed economici su cui poggia tendono al riequilibrio dei valori. E la schierano agli antipodi dell’elitarismo di Florentino Pérez & co

È il paragone più inflazionato all’indomani del terremoto che ha scosso il calcio europeo: la Super League come la Nba. La National Basketball Association, massima lega professionistica di pallacanestro negli Stati Uniti, come modello della nascente competizione calcistica per club, nelle parole tanto dei sostenitori quanto dei detrattori. Da una parte, citata nel recente passato come esempio a cui tendere da Andrea Agnelli, presidente della Juventus e demiurgo – assieme all’omologo del Real Madrid Florentino Pérez – della Super League. Dall’altra parte, menzionata dai critici della nuova svolta impressa al calcio europeo come esperienza non esportabile nel Vecchio Continente.


Alla radice di questo parallelo c’è l’idea di una competizione a circuito chiuso, un campionato a partecipanti prestabiliti teso alla massimizzazione dello spettacolo e dei profitti. In Nba sono trenta squadre, in Super League sarebbero venti, che avrebbero accesso alla competizione di diritto e non per meriti sportivi, diversamente dalla Champions League, in cui entrano le squadre meglio piazzate l’anno prima nei rispettivi campionati nazionali. All’ombra di questa similitudine, però, c’è una serie di elementi – di carattere tanto sportivo quanto economico – che rendono il paragone tra Super League e Nba non solo forzato, ma del tutto fuorviante.


Il meccanismo del Draft e il Salary cap

Se infatti la nascita della Super League avrebbe come conseguenza diretta quella di ampliare le diseguaglianze – economiche e, di riflesso, sportive – all’interno del panorama calcistico europeo, la Nba si è dotata negli anni di un sistema di contrappesi volto esattamente a raggiungere l’obiettivo opposto: un riequilibrio dei valori tra le trenta società. Da un punto di vista sportivo, questo avviene innanzitutto attraverso il meccanismo del Draft, quello che da noi chiameremmo mercato. Ogni estate, i migliori talenti vengono chiamati dai club in un ordine che è fortemente influenzato dalla classifica della stagione che si è appena conclusa: semplificando, le squadre più deboli hanno possibilità maggiori di mettere sotto contratto i giocatori sulla carta più forti, o quantomeno più promettenti.

Al Draft si unisce il meccanismo finanziario del Salary cap. Ogni anno viene fissato un tetto salariale che tutte le società Nba sono tenute a rispettare. Per la stagione 2020/2021 il Salary cap è stato fissato a 109 milioni di euro. In gergo, si parla di quello dell’Nba come di un soft cap, perché permette uno sforamento limitato prima che una squadra vada incontro a sanzioni: per la stagione 2020/2021 il tetto oltre cui scattano le sanzioni è stato fissato a 132 milioni di dollari, 23 milioni oltre il Salary cap.

Redistribuzione vs concentrazione

In caso di sforamento della soglia in questione, la cosiddetta Luxury Tax Line, è prevista una multa per la società, la Luxury Tax, che varia a seconda dell’entità dello sforamento. Ma quel che più conta è che la cifra che la Nba raccoglie attraverso queste multe non resta nelle casse della Lega, ma viene redistribuita tra le società che – a differenza di quelle sanzionate – si sono dimostrate più virtuose. L’obiettivo è duplice: incentivare il rispetto del fair play finanziario e, esattamente come nel caso del Draft, riequilibrare i valori tra le squadre.

Il principio, tanto sportivo quanto economico, è dunque quello della redistribuzione, non la concentrazione che sembra invece essere alla base del disegno della Super League calcistica, dove – secondo le indiscrezioni del Financial Times – i club fondatori riceverebbero 350 milioni di euro al solo atto dell’iscrizione. Una cifra che, specie in tempo di crisi post pandemica, aumenterebbe ulteriormente, e forse irrimediabilmente, il gap con le altre squadre.

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