Abrignani (Cts): «Riapriamo con rischio mitigato dai vaccini. Dubbi sui test a scuola? Chi li critica non offre alternative» – L’intervista

L’immunologo dell’università di Milano è uno dei membri del Comitato tecnico scientifico: «Ogni mattina i ristoratori dovranno andare in caserma a ritirare i test salivari per i clienti. Aprire è scelta politica? Giusto che sia così»

«Dicono “siamo preoccupati”, come se noi, chiamati a dare il nostro parere per decisioni così importanti, non lo fossimo. L’alternativa quale sarebbe stata. Chiudere ancora?». Sergio Abrignani, immunologo dell’Università di Milano e membro del Comitato tecnico scientifico non cede alle polemiche sulle imminenti riaperture decise dal governo Draghi. Lo scontro tra mondo politico e mondo scientifico ha infuocato il dibattito degli ultimi giorni e il conto alla rovescia per il 26 aprile, data in cui il Paese comincerà gradualmente a ripartire, non è mai stato così teso. Nessuno ha consultato e chiesto formalmente il parere del Cts per le riaperture anticipate a fine aprile: una decisione politica che virologi e scienziati non cessano di criticare.


Professore, non vi è stato chiesto di esprimervi sulla data del 26 aprile. A poche ore di distanza dal Consiglio dei ministri e di un nuovo decreto Covid, qual è il ruolo del Comitato di esperti scelti?

«Di supporto laddove ci viene richiesto. Il non essere stati consultati per la decisione delle riaperture è legittimo. Si tratta di una decisione politica di cui il governo si prenderà tutti i rischi. Se chiamati in causa, come è stato nella giornata di ieri in cui ci siamo riuniti, allora il nostro compito sarà quello di fornire gli strumenti migliori per garantire il minor rischio possibile. Non stiamo prevedendo riaperture irresponsabili, si procederà gradualmente con l’obiettivo di mitigare il rischio. Non azzerarlo. La differenza è fondamentale. Pretendere un rischio zero in questo momento non è solo difficile ma impossibile».

Parla di riaperture graduali. Quella della scuola prevede un rientro fino al 100% in presenza.

«Un mese e mezzo fa, a marzo, ovunque si predicavano la rovina delle nuove generazioni con la Dad e le scuole chiuse. Le famiglie in difficoltà con il lavoro da gestire, gli psichiatri infantili allarmati. Se ricorda a un certo punto si erano create le condizioni: il 75% degli insegnanti vaccinati, vuol dire i tre quarti. Curve epidemiologiche che indicavano un’infezione in calo, anche se lento ma progressivo, gli indici scendevano insieme ai decessi, da 600 a 300. Dunque si decise di riaprire il 6 aprile fino agli 11 anni di età. Anche in questo caso il passaggio è stato graduale. Ora che gli indici si sono ulteriormente abbassati si compie un passo in più. Fra l’altro proprio in marzo il lavoro dell’epidemiologa Gandini ha dimostrato che le scuole sono un rischio di contagio molto basso in Italia. Nello stesso periodo il Center for Disease Control di Atlanta confermava che andare a scuola equivaleva ad infettarsi ma in maniera minima e che il rischio di focolai era marginale».

Anche con le varianti?

«Sono studi eseguiti sul ceppo di Wuhan e non sulle mutazioni. Ma qui bisogna partire dal presupposto che qualche rischio bisogna prenderselo e non dimenticarsi le urla di dolore per la scuola che finora hanno riempito televisioni e giornali. Le varianti infettano di più in generale e quindi anche i bambini, non c’è un aumento della letalità né un peggioramento dei sintomi provocato. Considerato tutto questo si decide di aprire, e giustamente aggiungerei. Certo sono anch’io preoccupato, ma il nostro compito non è infondere paura, piuttosto fornire gli strumenti per riuscire a ridurre i motivi per essere spaventati».

Tra questi strumenti dovranno esserci anche i trasporti, centrali per la riapertura degli istituti scolastici?

«Su questo siamo consapevoli ci siano ancora delle lacune ma è anche vero ma è anche vero che i ragazzi anche ora non sono di certo a casa. Vanno in giro, prendono tram, usano metro. Non stiamo scegliendo la scuola con un’alternativa di lockdown completo come poteva essere un anno fa. Avendo appreso la decisione politica di riaprire, esaminando i dati, consideriamo possibile un gettone da giocarsi. Si può fare».

Draghi parla di rischio calcolato, lei di rischio mitigato. Le terapie intensive sono ancora piene e le vaccinazioni non hanno ancora raggiunto l’obiettivo posto da Figliuolo. Come si mitiga questo rischio?

«Vaccinando il più possibile tutti i soggetti che muoiono e cioè gli ultra 60enni. Ma l’obiettivo non è cosi lontano come si pensa. In Italia sono circa 20 milioni, il 95% dei decessi per Covid sono rappresentanti proprio da loro. Finora abbiamo vaccinato 4 milioni e 800 mila persone di cui sono l’80% di over 80. Si tratta della prima dose ovviamente ma, come sappiamo dal Regno Unito, è sufficiente per evitare la mortalità. Siamo riusciti a coprire poi il 30% degli over 70, assumendo anche su10 milioni di persone almeno il 10% deciderà di non farsi vaccinare. Dunque si contano circa 17 milioni e mezzo di persone da vaccinare. 4 milioni e 800mila ne abbiamo già fatte. Ne rimangono altri 13 milioni circa. Se rimanessimo con 380mila vaccinazioni al giorno come registrato pochi giorni fa, in un mese e 5 giorni arriveremmo a completare la cifra. Se Figliuolo riuscisse a raggiungere i 500mila vaccinati al giorno, in un mese avremo vaccinati circa 15 milioni di persone. Per star sicuri entro fine maggio noi arriveremo a mettere in sicurezza il 95% delle persone che possono morire per Covid. Considerato poi che la protezione si innesca a due o tre settimane dopo la prima dose, possiamo stabilire il 10 giugno come data in cui tutti saranno protetti, almeno dal rischio di letalità, che è quello che al momento deve importarci più di tutto».

Avete proposto test salivari per scuole e ristoranti. I dubbi sull’efficacia sono ancora forti e il tracciamento è una delle chiavi per riuscire a riaprire con qualche certezza in più.

«Dubbi legittimi. Hanno un’efficacia al 60%. I molecolari al 99%. Ma quello che chiedo è: l’alternativa quale sarebbe? I tempi dei risultati dei test molecolari sono molto più lunghi e l’iter molto più impegnativo se fatto su larga scala. Mitigare il rischio non vuol dire azzerarlo. In questo momento dire che arriveremo a rischio zero è impossibile. Capisco la pretesa sui test salivari ma la differenza tra il farli e il non farli c’è eccome. E sta nel poter intercettare sia nelle scuole che nei ristoranti un certo numero di infetti che altrimenti non riusciremmo a tracciare. Dunque la polemica sui salivari quale sarebbe? Che non abbiamo certezza al 100%? Tutto questo è fuori da ogni concezione scientifica. Spesso parlano persone che non hanno la minima idea di cosa voglia dire la diagnostica di una popolazione.

Non abbiamo certo proposto una cosa vergognosa, in America pianificano di usarne 500 milioni test salivari a settimana per tutte le attività al chiuso. In Germania hanno commissionato un ordine di 60 milioni di test al mese di test. In Svizzera si procede con pool giornalieri di bambini da testare ogni giorno».

Test salivari anche per i ristoranti. Soluzione impegnativa per i ristoratori chiamati al controllo. Sarà fattibile?

«Sa quanto spendiamo di ristori ogni mese? Quasi un miliardo al giorno. Riapriamo anche prima di aver vaccinato tutti e chiamiamo lo Stato a spendere quel miliardi in test salivari da fornire a ogni attività commerciale. Ogni mattina oltre che a fare la spesa per il locale, il proprietario andrà anche in caserma a ritirare i test, gestiti dalla logistica militare. L’incentivo a non sfuggire alla regola, anche per l’eventuale cliente negligente, è una multa di 400 euro. Sarà lo stesso cliente a chiedere che gli venga fatto il salivare appena entrato».

Crisanti ha definito i pass per gli spostamenti basati sul tampone rapido una “boiata pazzesca”.

«Così come è stato definito il test salivare e tutto ciò che comporta prendersi un rischio d’altronde. Vorrei proprio capire da chi parla con tutta questa facilità a quale soluzione ricorrerebbe. L’alternativa è perdere il 15% del nostro Pil che si basa sul turismo, o lasciare senza test i bambini delle scuole?»

L’idea alternativa di base alle obiezioni fatte è quella di non optare per riaperture anticipate…

«Anche se ci fossero dei focolai sarebbero mitigati dalle vaccinazioni. Ogni anno in Italia muoiono fino a 8mila persone di influenza. A volte le classi si svuotano per influenza. Non per questo si chiude tutto. E poi sono riaperture graduali».

Tranne le scuole.

«Ma quelle sono aperte dal 6 aprile».

Ma ora fino al 100% di presenza.

«Abbiamo 20 giorni di apertura. Staremo a vedere i dati e in base a quelli capiremo se virare. Nessuno ha deciso che si apre per non chiudere più. Ma valeva senza dubbio provare a riaprire».

I tecnici studiano dati e delineano scenari. Alla luce di quanto finora detto qual è lo scenario più probabile a cui dobbiamo prepararci?

«Un cambio epocale sul fronte dei decessi. Si parla di quarta ondata e come in tutte quelle vissute finora anche per questa ci aspetteremmo una ripartenza dell’infezione con spaventosi picchi di 600, 700 morti. Non sarà cosi. Se dovesse ripartire la quarta ondata per via della variante inglese, al momento quella più diffusa di tutte le altre, avremo molti infettati ma molti meno decessi. E questo grazie alle vaccinazioni che entro il 15 giugno metteranno in sicurezza i fragili. I 300 morti di oggi potrebbero scendere a 20, 30, non di più. Questo oggi è l’obiettivo più importante, perfino dell’immunità di gregge».

Leggi anche: