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Chiuse le indagini sul Ponte Morandi, quel crollo dovuto a «incoscienza e immobilismo». In 69 verso il processo

Per le indagini, oltre 200 testimoni, migliaia di intercettazioni, delle quali 480 accolte dal giudice, 60 terabyte di materiale sequestrato da computer e telefonini, quasi 2 mila pagine complessive di accuse

Dopo più di due anni e mezzo, la procura di Genova ha chiuso le indagini per il crollo del ponte Morandi, il viadotto autostradale della A10 collassato il 14 agosto 2018 causando la morte di 43 persone. Dalle prime ore di questa mattina, 22 aprile, la guardia di finanza sta notificando gli avvisi di garanzia agli indagati. La Procura parla di «immobilismo» e «incoscienza» nelle operazioni di manutenzione del ponte. Nel corso dell’indagine, sono stati fatti due incidenti probatori – cioè due udienze in camera di consiglio: uno sullo stato di salute del viadotto e un secondo sulle cause del crollo. Quest’ultimo si è chiuso a fine febbraio. I pubblici ministeri hanno indagato 71 persone più le due società Aspi e Spea (la controllata che si occupava della manutenzioni) tra ex vertici e tecnici delle aziende, ex e attuali dirigenti e tecnici del ministero delle Infrastrutture e del provveditorato.


Il report dei consulenti tecnici

Il professor Pier Giorgio Malerba e l’ingegner Renato Buratti, assunti come consulenti tecnici della Procura di Genova, dopo aver lavorato per due anni sul crollo del ponte, hanno redatto un report incentrato proprio sulle cause del crollo. Come riporta il Corriere della Sera, quella perizia rappresenta il pilastro tecnico dell’accusa mossa dai pm. A proposito dell’incidente e della mancata manutenzione del viadotto, i due parlano di «incoscienza», di «negligenza», di «immobilismo», di «comunicazioni incomplete, equivoche, fuorvianti». E, naturalmente, di «manutenzioni inadeguate».


Gli indagati

Tra gli indagati ci sono manager, tecnici e dirigenti pubblici e privati. Sotto accusa finiscono poi anche le due società coinvolte, entrambe del gruppo Benetton: Autostrade per l’Italia (Aspi) e Spea, cioè il concessionario che aveva in gestione il viadotto e la controllata alla quale era affidato il monitoraggio sulla struttura. In particolare sono indagati i vertici di Aspi, Spea e i dirigenti del ministero delle Infrastrutture. Fra gli altri l’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci, e gli ex manager Paolo Berti e Michele Donferri.

L’indagine e il commento del Procuratore

Quella del ponte Morandi, oltre ad essere stata un’indagine lunga, ha comportato un coinvolgimento di forze non indifferente. Oltre 200 testimoni, migliaia di intercettazioni, delle quali 480 accolte dal giudice, 60 terabyte di materiale sequestrato da computer e telefonini, quasi 2 mila pagine complessive di accuse. Capi d’accusa che vanno dal disastro e omicidio colposo all’attentato alla sicurezza dei trasporti alla rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. E l’omicidio stradale.

«Non abbiamo perso un solo giorno da quando è crollato il ponte», ha detto il procuratore Francesco Cozzi che ha coordinato il tutto con il suo vice Paolo D’Ovidio. «C’è stata un’incosciente dilazione dei tempi rispetto alle decisioni da assumere ai fini della sicurezza—concludono i periti —. E ciò nonostante si fosse a conoscenza della gravità e della contemporanea evoluzione degli stati di ammaloramento del viadotto».

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