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Strage del Mottarone, la procura cambia strategia: prima le cause dietro la strage, poi nuovi indagati. L’operaio della funivia: «Ci fidavamo dei capi»

L’operaio Emanuele Rossi, non indagato, che era in servizio domenica 23 maggio: «Ci trattano come criminali, ma noi prendevamo gli ordini e basta. Ho un mutuo e se parli finisci sotto i ponti»

Nuovi nomi di possibili responsabili per il disastro della funivia Stresa-Mottarone arrivano all’attenzione dei magistrati. I quali, però, hanno deciso di procedere «con degli accertamenti irripetibili – prima di emettere – nuovi avvisi di garanzia». Lo spiega la procuratrice Olimpia Rossi: oggi, primo giugno, i pm della procura di Verbania definiranno con il perito Giorgio Chiandussi gli elementi tecnici su cui si baserà la consulenza tecnica. Lo scopo è quello di individuare possibili connessioni tra i malfunzionamenti ai freni – che Gabriele Tadini, il caposervizio della funivia, afferma di aver segnalato al direttore Enrico Perocchio – e l’incidente che ha causato 14 vittime.


Quei problemi tecnici ai freni, «disattivati una quindicina di volte in dieci giorni», sono stati il preludio della tragedia? «Non sono ancora in grado di dire perché si sia verificato questo evento – precisa la procuratrice Rossi al Messaggero -. Gli accertamenti tecnici sono finalizzati a capire perché la fune si è rotta e si è sfilata e se il sistema frenante aveva dei difetti». Intanto, tra le carte che rimbalzano tra i pm e il gip Donatella Banci Bonamici, emergono i nomi di altri dipendenti delle Ferrovie del Mottarone che «poteva benissimo rifiutarsi», scrive la giudice, di lasciare inserite le ganasce. È il caso di Fabrizio Coppi, manovratore della funivia, che ha dichiarato: «Tadini voleva fermare l’impianto, ma sia il gestore che il direttore volevano proseguire».


L’operaio si difende

Ma anche l’operaio Emanuele Rossi viene tirato in causa. «Mi ero ripromesso di parlare solo con gli investigatori di questa storia, ma adesso che ho letto certe cose, mi è venuta voglia di dire la mia», spiega a Repubblica. Rossi era in servizio la domenica della tragedia, il 23 maggio. «Ci trattano come criminali, tutto allo stesso modo, non solo gli indagati ma anche noi operai che siamo solo pesci piccoli. Ho paura che vogliano indagare anche noi, ma facciano quello che devono. Però, io non potevo comportarmi diversamente, noi bloccavamo i freni quando ci veniva chiesto». L’operaio racconta del mutuo da pagare, della moglie senza lavoro, e «se parli ti danno un calcio nel sedere e finisci sotto i ponti. Noi prendevamo ordini e basta».

Rossi racconta che a quasi tutti è capitato di dover inserire i forchettoni per disattivare i freni, ma «mai su iniziativa» degli operai stessi. «Era sempre il caposervizio Tadini che li metteva o ci diceva di farlo. Sono contento che lo abbia confessato perché è così: è stata una sua scelta e si è preso le sue responsabilità». L’operaio, impiegato nella funivia da 19 anni, aggiunge: «Noi ci fidavamo del caposervizio, se parlava lui, eravamo tranquilli. D’altra parte, io ho fatto l’alberghiero, cosa ne so di queste cose? Il caposervizio è perito, poi c’è un ingegnere».

L’operaio spiega poi di non aver «mai fatto corsi di formazione. Qualche cosa ci veniva detta a voce, ma mai un vero corso. D’altra parte, in 19 anni mi hanno dato solo un paio di scarpe antinfortunistiche, le altre me le sono comprate io. È sintomatico di come andassero le cose. C’era un clima pessimo là dentro, gelosie, tensioni. Io ero entrato come stagionale, poi sono passato fisso, ma non sa quante volte ho pensato di andarmene». Il grado di consapevolezza dei rischi degli operatori è diventato un elemento di indagine della procura: possibile che nessuno abbia mai mosso obiezioni?

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