«Se si può andare al ristorante, si può tornare in ufficio»: la frase del Ceo di Morgan Stanley è un invito a riscoprire i benefici del lavoro in presenza

Nel post pandemia il lavoro “agile” non scomparirà, ma servirà un approccio bilanciato per scongiurarne gli effetti collaterali che abbiamo imparato a conoscere

Il momento di euforia acritica verso lo smart working, che aveva portato troppe persone a decretare in maniera frettolosa la fine del lavoro in ufficio, è terminato da tempo. Il ricorso prolungato al lavoro domestico ha messo in luce le tante controindicazioni di questa modalità di svolgimento della prestazione. Le case non sono pronte ad accogliere stabilmente una o più persone in assetto da lavoro; le scrivanie sono un po’ arrangiate, la sedia lascia a desiderare, la stampante non c’è oppure non è adeguata, la connessione salta sempre.


Ma sopratutto a casa manca un elemento centrale del lavoro: l’interazione umana, lo scambio continuo di opinioni, idee e – perché no – momenti liberi con i colleghi, i collaboratori, i capi e le persone esterne. Senza questa interazione il lavoro si riduce a una sequenza costante e potenzialmente infinita di video chiamate, email, telefonate e whatsapp, che allungano in maniera considerevole i tempi necessari a discutere qualsiasi argomento, dilatando le giornate di lavoro in maniera eccessiva e pericolosa per la salute psico-fisica delle persone.


Le controindicazioni dello smart working

Lo smart working ha anche mostrato un volto feroce verso le donne con figli (o con familiari a carico): soprattutto nel periodo della chiusura delle scuole, il lavoro da remoto ha enfatizzato la divisione diseguale dei compiti in famiglia, concentrando ancora di più sulle spalle delle donne, già impegnate per il lavoro, l’onere della gestione della casa. Appena verrà meno l’emergenza sanitaria da Coronavirus bisognerà quindi capire che la frase pronunciata dal Ceo di Morgan Stanley – se potete andare al ristorante, potete anche tornare in ufficio – non va letta in chiave punitiva ma, piuttosto, è un invito al recupero della normalità del lavoro.

Certamente, il periodo della pandemia ci ha aiutati a capire che gli strumenti digitali possono essere validi alleati per gestire in modo efficiente il tempo di lavoro: scompariranno tante riunioni fisiche, si faranno meno viaggi e si potrà gestire l’agenda in maniera molto più efficiente rispetto a quanto accadeva in passato. Per questo motivo, il lavoro post pandemia sarà contaminato in maniera massiccia dalla filosofia dello smart working, consentendo di fare tante cose anche senza essere presenti fisicamente in un certo luogo. Ma questa filosofia potrà produrre un vero beneficio sui lavoratori e sulle aziende solo si tradurrà in una forma di flessibilità utile a spezzare la routine del lavoro in ufficio (e ridurre gli spostamenti verso l’esterno), consentendo di alternare, ogni tanto, la presenza fisica con il lavoro da remoto.

Verso un approccio bilanciato

Non esiste una formula valida per tutte le aziende e i contesti, ma una traduzione equilibrata di questo approccio potrebbe, in molte circostanze, sfociare in una settimana di lavoro composta da almeno 3 o 4 giorni di presenza fisica in ufficio, con i restanti giorni lasciati alla facoltà del singolo di lavorare da remoto. Un approccio bilanciato come questo consentirebbe di portare dentro il lavoro gli effetti positivi dello smart working senza generare le conseguenze tossiche sopra descritte. E anzi, porterà le persone ad andare con maggiore entusiasmo al ristorante, per restare dentro la metafora del Ceo statunitense, in quanto la pausa pranzo tornerà ad essere un momento di svago e di condivisione del tempo con le colleghe ed i colleghi, e non un adempimento domestico da consumare in fretta e in solitudine.

Chi tenterà di utilizzare lo smart working come forma centrale del lavoro (come quelle aziende che hanno annunciato la “scomparsa” dell’ufficio) correrà, invece, il rischio di dover gestire i problemi sopra ricordati (case inadeguate, eccesso di stress, mancanza di interazione), intaccando nel medio e lungo periodo proprio quella produttività che potrebbe essere garantita da un uso equilibrato della prestazione “agile”. Gli inguaribili seguaci dello smart working totale dovranno, peraltro, tenere conto del fatto che che nei prossimi mesi si profila un intervento normativo volto a fissare dei paletti: è probabile che serva un accordo sindacale per utilizzare lo smart working e che venga rafforzato ancora il diritto alla disconnessione.

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