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Orbán e la costruzione di una democrazia cristiana illiberale: la metamorfosi del leader ungherese sotto gli occhi dell’Europa

Attivista anti-sovietico e promotore del pluralismo negli Anni 90, poi la svolta. Breve storia della deriva del leader più discusso d’Europa, e dei suoi discorsi più significativi

L’Unione europea l’ha ignorato per anni. Consapevolmente immobile di fronte alla metamorfosi dell’uomo che da leader studentesco, attivista anti-sovietico, si è trasformato nell’esportatore di una democrazia illiberale. Ora, Bruxelles, di fronte all’ultima legge contro la comunità Lgbtq+, ha deciso di fare fronte comune contro Viktor Orbán. L’ennesima violazione di diritti civili del leader ungherese – dopo la chiusura di media indipendenti, la limitazione della libertà delle università e le politiche contro i migranti – ha spinto alcuni leader europei a chiederne l’estromissione dall’Ue. Ma la trasformazione politica di Orbán non è arrivata in sordina. Nonostante Bruxelles lasci intendere di essere stata colta di sorpresa, la deriva del leader di Fidesz ha radici lontane, ed è avvenuta alla luce del sole. Nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, il giovane leader della Federazione dei giovani democratici o Fidesz, nato e cresciuto a Székesfehérvár, una città di provincia a sud-ovest di Budapest, si presentò sicuro davanti alla folla in occasione dell’anniversario della morte dell’ex premier e rivoluzionario Imre Nagy, che nel 1956 resistette all’invasione sovietica per essere poi catturato e ucciso due anni dopo. Lo stesso Nagy di cui Orbán ha fatto rimuovere la statua nel 2018 e che gli esponenti del governo ora vedono come un ex collaboratore del Kgb sovietico.


«I comunisti ci hanno portato via il futuro», dichiarò Orbán quel giorno del giugno 1989. All’epoca, anche per via del contesto storico e politico europeo, Orbán si mostrava come un democratico sfacciatamente filo-occidentale e fervido credente nel libero mercato e in una Ungheria che, dopo il dominio sovietico, voleva dare spazio al pluralismo. Fu così per quasi tutti gli anni ’90, mentre grazie a una borsa di studio della fondazione Soros riuscì anche a studiare per un periodo «Storia delle Civiltà» a Oxford. Lo stesso George Soros che poi diventerà il principale bersaglio dei suoi attacchi e tra i responsabili – secondo Orbán – del declino della «civiltà occidentale».


Dalla sconfitta del 1994 al primo mandato

Nelle elezioni del 1994 Orbán si presentò con un partito, Fidesz, che si rivolgeva in particolare a una gioventù progressista e al mondo dell’intelligentsia ungherese. Un partito ampio in cui poteva trovare spazio anche un gruppo come l’Alleanza dei Liberi Democratici. Il leader ungherese fu però sconfitto. Un brutto colpo che portò Orbàn a ripresentarsi nel 1998, e a vincere, con un pensiero e un programma del tutto nuovi, e spostati verso destra.

Xenofobia e nazionalismo: l’abbandono di principi liberali

Più che nel semplice opportunismo, la trasformazione politica di Orbán trova radici in un pensiero strutturato su cui il leader ungherese rimugina e riflette. «Il cambiamento non era del tutto innaturale per Orbán», osserva Politico. «Ho sempre avuto una tendenza un po’ schizofrenica», disse Orbán durante un’intervista nel 1989. «Sono stato in grado di vedermi totalmente dall’esterno. E sono sempre stato abbastanza spietato, e lo sono ancora, con me stesso». Il leader ungherese svelò pienamente e per la prima volta la propria metamorfosi nel 2014, metamorfosi che avviene nel segno di quella che lui definisce «democrazia illiberale». Xenofobia e nazionalismo entrarono con prepotenza nella sua politica. «Dobbiamo abbandonare metodi e principi liberali di organizzazione di una società, così come il modo liberale di guardare il mondo», disse nel 2014 durante un discorso a un gruppo di cittadini romeni di etnia ungherese. E quel pensiero si è rafforzato sotto gli occhi dell’Europa, la stessa Europa che negli anni successivi è diventata per Orbán lo specchio della decadenza della «civiltà occidentale» come espresso nel suo discorso manifesto.

Il discorso del 2018 e la protezione della cristianità

Nel 2018, in occasione del festival annuale della «Università aperta», nella città romena di Băile Tușnad, Tusnádfürd in ungherese, Orbán pronunciò il discorso che segnò la sua completa trasformazione, e la sua ascesa come leader illiberale, rafforzando ancora di più concetti come la necessità di difendere l’Europa dall’arrivo di migranti musulmani, visti come una minaccia per la lunga tradizione culturale e spirituale cristiana europea.

La politica democratica cristiana significa che i principi della vita originati dalla cultura cristiana vanno protetti. Il nostro dovere non è difendere i canoni, ma le caratteristiche della vita, per come si sono da essi originate. Queste includono la dignità umana, la famiglia e la nazione – perché il cristianesimo non cerca di raggiungere l’universalità attraverso l’abolizione delle nazioni, ma per mezzo della conservazione delle nazioni.  

L’idea alla base della politica di Orbán è quella di una democrazia cristiana, minacciata però dal multiculturalismo e dall'”Open Europa” promossa dalle istituzioni europee e da George Soros. Per questo la necessità di una democrazia che sia illiberale perché la democrazia cristiana è, secondo Orbán, per definizione illiberale.

La democrazia liberale è pro-immigrazione, mentre quella cristiana è contro. Questo è un concetto genuinamente illiberale. La democrazia liberale sostiene modelli adattabili di famiglia, mentre quella cristiana poggia sulle fondamenta del modello cristiano di famiglia. Ancora una volta, questo è un concetto illiberale.

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