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La denuncia di Saviano: «Macché combattenti islamici, i talebani sono i narcos più forti del mondo»

18 Agosto 2021 - 09:30 Maria Pia Mazza
epa06335442 A man extracts raw opium from poppy buds on the outskirts of Southern province of Kandahar, Afghanistan, 18 April 2017 (issued 17 November 2017). The United Nations Office on Drug and Crime (UNODC) said on 15 November that opium production in Afghanistan grew by 87 percent in 2017 to an estimated 9,000 tons, a record number that was accompanied by a 63 percent rise in the area dedicated to poppy cultivation. UNODC warned that such increase could boost terrorism and crimes as drugs are the main financial source for Taliban and international terrorism.
«L’Afghanistan si è trasformato in un narcostato e i talebani vanno chiamati con il loro nome: narcotrafficanti», spiega lo scrittore
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«Non ha vinto l’islamismo in queste ore, dopo vent’anni di guerra. Ha vinto l’eroina. Errore è chiamarli miliziani islamisti: i talebani sono narcotrafficanti. Oltre il 90% dell’eroina mondiale è prodotta in Afghanistan e negli ultimi dieci anni hanno iniziato ad avere un ruolo importantissimo anche per l’hashish e la marijuana». Roberto Saviano, dalle pagine del Corriere della Sera, offre una lettura laterale di quello che è stato il ventennale conflitto in Afghanistan delle forze statunitensi e della Nato contro i talebani, e conclusosi con la caduta di Kabul e il ritiro delle truppe Usa, lasciando il Paese nel caos assoluto. Secondo lo scrittore è necessario infatti andare alle radici del conflitto, guardando indietro nella storia.

Saviano, l’eroina e i talebani

«Nel 2001 – osserva Saviano – i talebani finsero di proibire la coltivazione di oppio», mentre nel 2002 il generale Tommy Ray Franks, il primo a coordinare l’invasione statunitense nel Paese dopo gli attentati dell’11 settembre, affermò che i soldati americani «Non erano una task force antidroga. Questa non è la nostra missione». In quell’affermazione, prosegue Saviano, «si invitavano i signori dell’oppio a non stare dalla parte dei talebani, assicurando che gli States ne avrebbero permesso la coltivazione». Ma la presenza statunitense avrebbe rallentato le operazioni dei narcotrafficanti, mentre i talebani hanno continuato a facilitare e velocizzarne i movimenti, «iniziando peraltro a tassare il doppio i produttori che non lavorano per loro e a coltivare direttamente le proprie piantagioni», divenendo sempre più i padroni della gestione del traffico di droga. 

Le rotte del narcotraffico dall’Afghanistan

Una produzione che, spiega Saviano, viene successivamente distribuita in tutto mondo, rifornendo «camorra, ’ndrangheta e Cosa nostra, Hamas, i cartelli russi, i cartelli di Johannesburg in Sudafrica, la mafia americana e tutte le organizzazioni di distribuzione negli Usa, a eccezione dei messicani che cercano di rendersi autonomi dall’oppio afgano». Ma non solo. «L’anno scorso mentre la pandemia di Covid-19 infuriava – prosegue Saviano – la coltivazione del papavero è aumentata del 37%. E i talebani non vendono solo ai cartelli». «Senza oppio non si possono realizzare farmaci analgesici – continua ancora Saviano – e se le case farmaceutiche comprano oppio da produttori autorizzati, questi sempre più spesso acquistano da società indiane che si approvvigionano dall’Afghanistan». E poi il ponte con l’Oriente. «I talebani – aggiunge lo scrittore – hanno creato un’asse importantissimo con la mafia di Mumbai, la D Company di Dawood Ibrahim, sovrano dei narcos indiani protetto da Dubai e dal Pakistan e vero distributore dell’oro afgano». Diverso discorso sul fronte orientale, dato che «le mire talebane continuano a guardano a Est – spiega ancora Saviano – e mirano a prendersi Giappone e Filippine, che hanno un mercato florido e da sempre sono in rotta con l’eroina birmana».

«L’Afghanistan si è trasformato in un narcostato e i talebani vanno chiamati con il loro nome: narcotrafficanti»

Un giro d’affari, quello indotto dalla produzione d’oppio e delle altre droghe in Afghanistan, che nel 2017 ha raggiunto il suo massimo storico, per un giro d’affari di oltre 6,6 miliardi di dollari, secondo i dati dell’Unodc (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) e che nel tempo, anche a causa della crescente diffusione interna al Paese dell’eroina, «l’Afghanistan si è trasformato in un narcostato». Il prossimo fronte di scontro dei talebani, a detta di Saviano, sarà con l’Iran: «L’Iran ha bisogno di eroina come di benzina, e quella consumata a Teheran viene tutta dall’Afghanistan. I trafficanti iraniani vogliono poterla controllare direttamente, prendere il posto di turchi, libanesi e kurdi, che oggi sono i mediatori con l’Europa». Ma nel frattempo, chiosa infine Saviano, «con chi mi sta leggendo vorrei fare un patto, chiamiamo i talebani con il loro nome: narcotrafficanti».

Foto in copertina: ANSA

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