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La denuncia di Saviano: «Macché combattenti islamici, i talebani sono i narcos più forti del mondo»

«L’Afghanistan si è trasformato in un narcostato e i talebani vanno chiamati con il loro nome: narcotrafficanti», spiega lo scrittore

«Non ha vinto l’islamismo in queste ore, dopo vent’anni di guerra. Ha vinto l’eroina. Errore è chiamarli miliziani islamisti: i talebani sono narcotrafficanti. Oltre il 90% dell’eroina mondiale è prodotta in Afghanistan e negli ultimi dieci anni hanno iniziato ad avere un ruolo importantissimo anche per l’hashish e la marijuana». Roberto Saviano, dalle pagine del Corriere della Sera, offre una lettura laterale di quello che è stato il ventennale conflitto in Afghanistan delle forze statunitensi e della Nato contro i talebani, e conclusosi con la caduta di Kabul e il ritiro delle truppe Usa, lasciando il Paese nel caos assoluto. Secondo lo scrittore è necessario infatti andare alle radici del conflitto, guardando indietro nella storia.


Saviano, l’eroina e i talebani

«Nel 2001 – osserva Saviano – i talebani finsero di proibire la coltivazione di oppio», mentre nel 2002 il generale Tommy Ray Franks, il primo a coordinare l’invasione statunitense nel Paese dopo gli attentati dell’11 settembre, affermò che i soldati americani «Non erano una task force antidroga. Questa non è la nostra missione». In quell’affermazione, prosegue Saviano, «si invitavano i signori dell’oppio a non stare dalla parte dei talebani, assicurando che gli States ne avrebbero permesso la coltivazione». Ma la presenza statunitense avrebbe rallentato le operazioni dei narcotrafficanti, mentre i talebani hanno continuato a facilitare e velocizzarne i movimenti, «iniziando peraltro a tassare il doppio i produttori che non lavorano per loro e a coltivare direttamente le proprie piantagioni», divenendo sempre più i padroni della gestione del traffico di droga. 


Le rotte del narcotraffico dall’Afghanistan

Una produzione che, spiega Saviano, viene successivamente distribuita in tutto mondo, rifornendo «camorra, ’ndrangheta e Cosa nostra, Hamas, i cartelli russi, i cartelli di Johannesburg in Sudafrica, la mafia americana e tutte le organizzazioni di distribuzione negli Usa, a eccezione dei messicani che cercano di rendersi autonomi dall’oppio afgano». Ma non solo. «L’anno scorso mentre la pandemia di Covid-19 infuriava – prosegue Saviano – la coltivazione del papavero è aumentata del 37%. E i talebani non vendono solo ai cartelli». «Senza oppio non si possono realizzare farmaci analgesici – continua ancora Saviano – e se le case farmaceutiche comprano oppio da produttori autorizzati, questi sempre più spesso acquistano da società indiane che si approvvigionano dall’Afghanistan». E poi il ponte con l’Oriente. «I talebani – aggiunge lo scrittore – hanno creato un’asse importantissimo con la mafia di Mumbai, la D Company di Dawood Ibrahim, sovrano dei narcos indiani protetto da Dubai e dal Pakistan e vero distributore dell’oro afgano». Diverso discorso sul fronte orientale, dato che «le mire talebane continuano a guardano a Est – spiega ancora Saviano – e mirano a prendersi Giappone e Filippine, che hanno un mercato florido e da sempre sono in rotta con l’eroina birmana».

«L’Afghanistan si è trasformato in un narcostato e i talebani vanno chiamati con il loro nome: narcotrafficanti»

Un giro d’affari, quello indotto dalla produzione d’oppio e delle altre droghe in Afghanistan, che nel 2017 ha raggiunto il suo massimo storico, per un giro d’affari di oltre 6,6 miliardi di dollari, secondo i dati dell’Unodc (l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) e che nel tempo, anche a causa della crescente diffusione interna al Paese dell’eroina, «l’Afghanistan si è trasformato in un narcostato». Il prossimo fronte di scontro dei talebani, a detta di Saviano, sarà con l’Iran: «L’Iran ha bisogno di eroina come di benzina, e quella consumata a Teheran viene tutta dall’Afghanistan. I trafficanti iraniani vogliono poterla controllare direttamente, prendere il posto di turchi, libanesi e kurdi, che oggi sono i mediatori con l’Europa». Ma nel frattempo, chiosa infine Saviano, «con chi mi sta leggendo vorrei fare un patto, chiamiamo i talebani con il loro nome: narcotrafficanti».

Foto in copertina: ANSA

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