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Il soldato afgano nascosto a Kabul: «Tenteremo di nuovo di raggiungere l’aeroporto, è l’unica salvezza» – L’intervista

Ahmed ha combattuto per l’esercito afgano e ha collaborato con le Forze Armate italiane. Adesso vive nascosto con la sua famiglia con la speranza di lasciare il Paese. A Open il suo grido d’aiuto: «Ho lavorato per voi! Aiutatemi a salvare la mia famiglia!»

Continua a salire il numero delle vittime degli attentati all’aeroporto di Kabul rivendicati dall’Isis. Oltre alle testimonianze dei sopravvissuti ci sono quelle di coloro che da giorni cercano di accedere nell’unica via di uscita dal Paese, a costo di morire. Tra di loro c’è Ahmed, un ormai ex alto ufficiale dell’esercito afgano che aveva collaborato per le unità delle Forze italiane operanti a Herat. Ahmed da giorni tenta il miracolo per sfuggire dal Paese con i propri cari, senza riuscirci. Oggi, attraverso Open, vuole lanciare un appello ai ministri Lorenzo Guerini e Luigi Di Maio: «Ho lavorato per voi! Non lasciateci soli, aiutatemi a salvare la mia famiglia!».


Chi è Ahmed

Abbiamo parlato con Ahmed scrivendoci via WhatsApp, non è possibile parlare a voce in una lingua che non sia quella locale. A Kabul è ormai notte fonda: ci mette in contatto un amico in comune che ha lavorato insieme a lui a Herat, il quale da giorni lo sostiene moralmente e cerca di aiutarlo a distanza per fuggire in Italia con la sua famiglia. Questa volta è stato davvero fortunato, per giorni aveva tentato invano di entrare proprio dal gate dove è avvenuta la strage. Aver tentato un’altra via gli ha salvato la vita.


Ahmed è un ragazzo, poco più di un trentenne. Ha vissuto gran parte della sua vita in un Paese non controllato dai talebani dove i suoi figli, il più piccolo di un paio d’anni di età, sono cresciuti in un ambiente considerato sicuro. Si era arruolato nell’esercito, entrando in contatto con le forze straniere e operando per loro a Herat, ma non si aspettava un crollo del Paese come quello al quale stiamo assistendo in questi giorni.

La fuga e i nascondigli

«Ero in servizio quando sono arrivati i talebani – racconta -. Ho realizzato che dovevamo andarcene quando stavano iniziando a prendere possesso delle abitazioni». Per Ahmed non c’era altra scelta, rimanere a combattere voleva dire mettere in serio pericolo i suoi cari: «Ho viaggiato di nascosto con la mia famiglia. In questo momento viviamo in segreto, cambiando costantemente la nostra posizione». Eppure i talebani hanno promesso un amnistia per chi collaborava con gli stranieri. «Parlano, ma non mantengono la parola», risponde Ahmed.

Kabul è grande, alcuni amici e collaboratori cercano di fornire alla sua famiglia un alloggio temporaneo facendo continui spostamenti per evitare di essere scovati dai talebani. Qualche notte è rimasto nei pressi dell’aeroporto, rischiando grosso: «Sono rimasto davanti all’aeroporto di notte, ma i talebani non ci hanno permesso di entrare. Siamo stati costretti a lasciare la zona sotto minaccia, come tutti». Gli chiediamo se tenterà ancora l’ingresso in aeroporto, nonostante le minacce dei talebani e degli attentati: «Non c’è altro modo, devo accettare il pericolo per poter scappare con la mia famiglia».

Il tradimento dei vertici afgani

L’esercito e gli ufficiali avevano fatto troppo affidamento nelle forze armate straniere? Secondo Ahmed no: «Avevamo il controllo della zona dove operavamo e da diversi mesi riuscivamo a proteggerci in modo autonomo, ma è tutto crollato all’improvviso». Un crollo dall’alto dovuto al fatto che «alcuni dei nostri superiori ci hanno abbandonato, così come il nostro presidente, lasciando l’intera nazione in una situazione difficile. Tutto questo ha causato il crollo delle nostre forze di sicurezza».

Come mai non sono rimasti a combattere nonostante l’uscita di scena dei superiori al comando? Una domanda che chiunque potrebbe porsi di fronte a un nemico che d’un tratto invade le proprie città per instaurare un regime come quello dei talebani. «La fuga dal Paese dei nostri superiori – spiega – ha scatenato il panico tra i soldati e la popolazione, per questo molti sono fuggiti».

È quasi mezzanotte, mentre a Kabul sono ormai passate le 2 del mattino. Nonostante l’ora, Ahmed continua a parlare con noi per ricordare una data importante, ossia quella del 31 agosto quando scadranno i termini per la fuga dall’aeroporto di Kabul. «Vi chiedo di aiutarci a lasciare l’Afghanistan, la mia vita e quella della mia famiglia sono in pericolo. Ho lavorato a lungo con l’esercito italiano, il Ministero della Difesa e a quello degli Affari esteri possono aiutarci?». Una cosa è certa: dovrebbero! Il nostro dialogo si conclude con una speranza, quella che Ahmed rappresenta in una gif che ci condivide via chat: due bambini che corrono l’uno verso l’altro per abbracciarsi.

Foto: Ansa. Nelle immagini non è presente Ahmed.

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