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Tasse sulle mance, ma non per tutti. L’esperto: chi non deve pagarle

Per la Cassazione, le mance per devono essere considerate come parte del reddito ottenuto dal lavoro del dipendente che le riceve. Ma la possibile stangata non dovrebbe toccare una larga fetta di lavoratori della ristorazione e del turismo

«Non c’è bisogno che un compenso, per essere riconducibile all’attività lavorativa, sia erogato dal datore di lavoro ma può essere erogato anche dai beneficiari dell’attività». A parlare, al Messaggero, è Raffaello Lupi, docente di diritto tributario all’università Tor Vergata di Roma che non si dice sorpreso dalla sentenza della Cassazione secondo cui le mance devono essere considerate, a tutti gli effetti, come facenti parte del reddito del lavoratore e per questo motivo tassate. La sezione tributaria della Cassazione, infatti, ha depositato giovedì scorso un’ordinanza nell’ambito di una causa che vedeva opposti l’Agenzia delle Entrate e un uomo, impiegato come capo ricevimento di un hotel in Sardegna. Secondo il prof Lupi, dunque, le mance vanno sì tassate ma solo in caso di lavoro stabile, non occasionale: «Il collegamento con l’attività di lavoro deve essere stabile, e non sarebbe certo reddito un’entrata fortuita e atipica, come nel caso di un metronotte che riceve una donazione da parte di qualcuno cui ha salvato per caso la vita o gli averi nel corso dei suoi giri di pattuglia. Il portiere di un albergo di lusso, invece, si aspetta le mance come parte del suo complessivo assetto lavorativo; in molte offerte di lavoro del genere, l’espressione più mance segue l’indicazione della paga base, che spesso diventa quasi secondaria».


Foto in copertina: Sharon McCutcheon su Unsplash


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