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Il focolaio dell’ospedale israeliano che suggerisce la necessità della terza dose agli anziani a 5 mesi dal vaccino

L’efficienza dei vaccini resta indiscutibile. Si rafforza piuttosto l’idea dell’utilità di un ulteriore booster per le fasce più deboli della popolazione

In Israele la variante Delta del nuovo Coronavirus mette a dura prova soprattutto chi sceglie di non vaccinarsi. La storia di un focolaio all’interno di un ospedale israeliano, ripresa su varie testate giornalistiche, non mette in crisi queste conoscenze, ma indirettamente le rafforza. Descritto in un articolo di Eurosurveillance il 30 settembre, il caso riguarda un paziente di 70 anni in emodialisi che avrebbe contagiato personale sanitario, pazienti e parenti, in maggioranza vaccinati. Qualcuno vedrà comunque in questo episodio la presunta prova che i vaccini non funzionano, cosa possibile solo ignorando quanto è emerso in quasi due anni di pandemia.


Come funziona la strategia vaccinale anti-Covid

Prima di raccontare il caso è bene ripassare quanto sappiamo sulla strategia alla base delle campagne vaccinali, come ribadito in un recente articolo in cui abbiamo risposto all’ennesimo tentativo di mal interpretare (anche) i dati israeliani. I vaccini – che generalmente non vengono bucati dalla variante Delta – proteggono contro le forme gravi di Covid-19, non di meno, nessuno garantisce una copertura del 100% – specialmente nei soggetti anziani e con comorbidità. Pertanto potranno esserci casi di ospedalizzati nonostante la vaccinazione. Per questo gli autori dell’articolo ragionano intorno all’importanza di una terza dose per i soggetti più esposti, dopo cinque mesi dalla seconda dose.


Con popolazioni ad alta copertura vaccinale si verificherà conseguentemente una forzatura statistica, nota come paradosso di Simpson: si cominceranno a registrare sempre più casi tra i vaccinati, anche se in assoluto saranno drasticamente meno. Tra i vaccinati infettati generalmente la carica virale è bassa, ma in alcuni rari casi è possibile essere contagiosi. Chi non si vaccina è la principale vittima dell’emergere di varianti, come la Delta, perché esposti alle forme gravi di Covid-19 e al rischio di decesso. Quanto descritto dai ricercatori avrebbe avuto un risvolto ben più tragico se gli interessati fossero stati tutti non vaccinati.

Il caso dell’ospedale israeliano

Ora che abbiamo gli strumenti sufficienti per comprendere i fatti possiamo raccontare quanto è successo nel luglio scorso al Meir Medical Center. Israele è nel centro del mirino per via del successo della sua campagna vaccinale con Pfizer. Da un lato ha un’ampia quota di popolazione vaccinata, dall’altro il 95% dei casi registrati riguarda la variante Delta, che rende SARS-CoV-2 più aggressivo.

Tutto è cominciato da un singolo paziente completamente vaccinato, non identificato dagli autori dell’articolo, che ha contagiato nell’ospedale degli individui vaccinati, anche se avrebbero indossato mascherine N-95.

«Il caso indice non è stato testato per SARS-CoV-2, perché i loro sintomi sono stati scambiati per una possibile infezione del flusso sanguigno – continuano gli autori – il caso indice e un compagno di stanza sono stati dializzati a giorni alterni nell’unità di dialisi. Quattro giorni dopo il ricovero, al caso indice è stato diagnosticato il COVID-19».

In totale, risultarono 42 casi Covid: 27 nel reparto A della struttura, «16 pazienti, compreso il caso indice, nove membri del personale e due membri della famiglia»; 19 nel reparto B, «10 membri del personale, incluso il suddetto operatore sanitario, otto pazienti, inclusi i tre di cui sopra, e un membro della famiglia».

«Dei 42 casi diagnosticati in questo focolaio, 38 sono stati completamente vaccinati con due dosi del vaccino Comirnaty, uno è stato recuperato con una vaccinazione e tre non erano vaccinati. L’età media era di 55 anni – continuano i ricercatori – Ventitré erano pazienti, 16 membri del personale e tre familiari».

«Tra i pazienti […] otto si ammalarono gravemente, sei in condizioni critiche e cinque dei malati in condizioni critiche morirono […] La popolazione dei pazienti era considerevolmente più anziana del personale e tutti i pazienti avevano comorbilità […] Otto pazienti erano immunocompromessi».

Limiti dell’indagine

Il caso è stato riportato in una comunicazione che non ha la valenza di uno studio scientifico controllato. Presenta pertanto grossi limiti. In realtà gli autori ammettono di non poter dimostrare che l’uso del distanziamento e delle mascherine sia stato sempre rispettato. «Non possiamo escludere che le misure di protezione non siano state attuate in modo ottimale», affermano.

I pazienti gravi erano tutti anziani con comorbidità e vaccinati da tempo. Inoltre risultano tre non vaccinati, il cui ruolo nella catena dei contagi non è stato indagato. Gli autori suggeriscono dunque un terzo booster a cinque mesi dalla seconda dose.

«Ciò suggerisce un certo declino dell’immunità, sebbene fornisca ancora protezione per gli individui senza comorbidità – leggiamo nelle conclusioni – Tuttavia, potrebbe essere necessaria una terza dose di vaccino, in particolare negli individui con fattori di rischio per COVID-19 grave».

Se è vero che risulterebbe nei vaccini a mRNA un calo di efficacia rispetto alla variante Delta, immaginiamo cosa potrebbe succedere senza misure di contenimento come il Green pass, che limita lo spostamento di tutti i non vaccinati, ovvero quei soggetti che hanno di gran lunga più probabilità di trasmettere il virus ai soggetti più deboli, come quelli descritti nel paper.

Foto di copertina: ANSA/JESSICA PASQUALON | Uno dei primi pazienti over 80 a ricevere la terza dose di vaccino. Torino, 4 ottobre 2021.

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