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Terza dose, Menichetti: «Giusto allargarla a tutti ma non basterà a rimediare i danni di chi non si vaccina» – L’intervista

Il primario del reparto di Malattie infettive dell’Ospedale di Pisa spiega le certezze e i dubbi attorno al richiamo anti Covid. «Meglio se fatto con vaccini aggiornati»

Il presidente dell’Istituto superiore di sanità nelle ultime ore l’ha definita «uno scenario verosimile per tutta la popolazione», gli over 80 e gli immunodepressi la stanno già ricevendo, e il rialzo dei contagi al 33% la conferma come una delle strade più probabili per arginare la diffusione. È la terza dose, conosciuta dagli inglesi come booster dose, protagonista sempre più ipotizzata dei prossimi mesi di campagna vaccinale. Contro una potente variante Delta e una stagione invernale alle porte sembra non esserci altra possibilità se non rafforzare le proprie difese immunitarie. C’è chi non vede l’ora di sentirsi più sicuro, chi chiede evidenze scientifiche, chi, come spesso accade, è intimorito dal caos di informazioni e dibattiti. A chiarire le idee è il Dirigente del reparto di Malattie Infettive all’ospedale di Pisa, Francesco Menichetti. Il primo in assoluto a sperimentare i farmaci monoclonali in Italia lo scorso marzo, ha più volte raccontato a Open la lotta al virus combattuta sul campo di battaglia della corsia.


Professore, stiamo andando nella direzione giusta con l’idea di una terza dose di vaccino per tutti?


«Mi pare senza dubbio un orientamento sensato sia dal punto di vista delle evidenze scientifiche sia da quello della politica vaccinale. I dati della scienza indicano che il calo della risposta degli anticorpi neutralizzanti è in funzione a tre fattori principali: l’età, le caratteristiche del vaccino e la distanza dall’ultima somministrazione ricevuta. Seguendo questi tre criteri la progressività di età e di tempo di iniezione mi sembra la strategia più giusta da seguire per i mesi che verranno».

A proposito di evidenze scientifiche, lei è tra i sanitari che ha già ricevuto la terza dose. Con quali certezze e con quali dubbi si è accostato al richiamo?

«Intanto i tre pilastri di cui parlavo prima. Ho 70 anni, sono stato vaccinato a gennaio e in quanto fragile ho verificato lo stato più basso dei miei anticorpi neutralizzanti. Le evidenze scientifiche su questi criteri, soprattutto sulla distanza dei sei mesi dalla seconda dose, arrivano da Paesi che hanno già attuato la misura sul campo. Primo fra tutti Israele. I dati ci parlano di un abbassamento della protezione dopo appunto i sei mesi. Si parla di un vaccino che in quanto tale non è perfetto in termini di protezione dal contagio: c’è un 70% di efficacia. Cosa diversa per la malattia grave dove invece si sale oltre il 90%. Questa evidenza di dati è fondamentale per capire il valore del rafforzamento di cui stiamo parlando: si trovano infezioni anche tra chi ha ricevuto un ciclo completo vaccinale. Questo vuol dire che allo stato attuale il virus ha ancora possibilità di circolazione: e questo va detto a chiare lettere soprattutto a chi pensa che ormai siamo fuori dal tunnel. Così come è chiaro che la maggiore possibilità di circolazione del virus viene riscontrata tra i non vaccinati, che sono poi anche quelli che vanno a finire in ospedale e in terapia intensiva».

E sui dubbi? Ne ha avuto qualcuno il giorno della sua terza dose?

«Da uomo di scienza certamente. L’auspicio per esempio era quello di poter disporre già da ora di preparati vaccinali aggiornati rispetto agli originali. Ho fatto la terza dose di Pfizer, esattamente lo stesso vaccino che feci a gennaio. Se avessi potuto disporre di un Moderna o di un Pfizer più aggiornato e magari mirato nei confronti delle varianti dominanti, in primis la Delta, sarebbe stato un ulteriore vantaggio. La cosa da sottolineare in ogni caso è che ci stiamo avvicinando a un approccio che tende a relegare il virus a caratteristiche stagionali. E quindi a proporre richiami vaccinali, né più né meno come succede con l’influenza».

Alcuni suoi colleghi spingono sulla necessità di verifica degli anticorpi. Se sono ancora alti non c’è alcun motivo di una terza dose, dicono.

«Sulla terza dose non sappiamo tutto. Ma quello che è certo è l’abbassamento dopo sei mesi della protezione di un vaccino. Questo deve bastarci: la verifica degli anticorpi è un test necessario agli scienziati per raccogliere dati ed evidenze, un criterio per determinare oltre quale tendenza al ribasso dover determinare l’esigenza di una terza dose. Ma questo non vuol dire che per ogni cittadino che ha ben risposto alle prime due dosi sia necessario correre a fare un test anticorpale prima di sottoporsi a un booster. Le evidenze su larga scala sono quelle che arrivano dagli studi fatti finora e che considerano incontrovertibile l’abbassamento dell’efficacia sulla maggior parte dei vaccinati nei primissimi mesi di campagna».

C’è chi ha risposto in maniera non adeguata alle prime due dosi. Per loro che si fa?

«Per soggetti come gli immunodepressi il discorso è completamente diverso. Accostarsi alla terza dose deve essere una scelta concordata con il medico perché difficilmente un soggetto che non ha risposto alle prime due dosi risponderà positivamente alla terza. Per loro sarà da valutare la strada della cura monoclonale. Ma è il medico a deciderlo».

Parla di vaccini più aggiornati per i richiami futuri. Quale tempistiche aspettarsi?

«Sui vaccini a mRna messaggero si sta già lavorando da tempo per proporre nuovi prodotti. Uno scenario credibile è che chi farà la terza dose tra gennaio e febbraio forse potrebbe avere a disposizione nuovi preparati Pfizer e Moderna, ancora più centrati nel combattere le varianti attualmente responsabili della forte diffusione del virus».

Si aggiornano i vaccini. Ma chi non vuole continuerà a starne lontano. La dose booster basterà anche per arginare l’ostinazione No vax?

«È un equilibrio instabile. A parte la quota di non vaccinabili sotto i 12 anni, che continuo a ritenere un target non prioritario in termini di rischi, lo zoccolo duro degli over 50 è un bel problema. La politica vaccinale è una sintesi tra evidenza scientifica e fattibilità: la terza dose protegge chi è già protetto. Per cui è evidente che sarà fondamentale insistere sulle prime dosi. L’idea di un 20% degli italiani che vive costantemente appollaiato sulle spalle di chi si è presa la responsabilità di andarsi a vaccinare non ha mai retto e ora men che meno. E non ci sarà booster che tenga se permetteranno al virus di circolare e di provocare malattia grave, da cui non sono protetti perché non vaccinati. Per questo credo che anche la politica della Carta verde avrà bisogno di una riflessione ulteriore».

Via il Green pass in cambio di un obbligo?

«No, piuttosto un Green pass che regoli gli accessi e lo svolgimento della vita quotidiana mantenendo le sole due opzioni di vaccinazione e guarigione avvenuta dal virus. Se deve esserci, allora sia un’offerta data solo agli immunizzati e non ai tamponati. I test sono una soluzione di raccordo ma non di alternativa alla protezione vaccinale, al massimo possono integrarla. Se andiamo avanti così, degli attualmente non vaccinati non si vaccinerà più nessuno».

Lei continua a preferire la Certificazione all’obbligo nonostante tutto, come mai?

«Perché ho visto l’applicazione dell’obbligo vaccinale tra i sanitari e sono rimasto basito. Medici e infermieri senza vaccino sono rimasti per mesi e mesi a piede libero nei reparti. Solo adesso arrivano sospensioni e provvedimenti e intanto il virus ha circolato in luoghi che invece dovevano essere i più protetti di tutti: se questo è il meccanismo dell’obbligatorietà ho seri dubbi sull’efficacia anche su scala generale».

A proposito di ospedali, dal Regno Unito che invece di terze dosi ne sta già somministrando da un po’, arrivano notizie di reparti pieni e 50mila contagi al giorno. Rischiamo ancora una volta di specchiarci nel futuro prossimo?

«I contagi stanno aumentando anche da noi e il Regno Unito deve essere un monito immediato. La crescita dei positivi era inevitabile se consideriamo la riapertura di quasi tutto. Dalla scuola all’ultimo bastione di resistenza che erano le discoteche. A differenza del Regno Unito, noi lo abbiamo fatto mantenendo regole di comportamento anti Covid ma stiamo andando incontro alla stagione invernale e la variante è dominante al 99%. In più c’è una campagna vaccinale che ristagna: le prime dose si sono arrestate di molto, lasciando spazio alle somministrazioni dei richiami. L’insieme di questi fattori è da unire alla convinzione diffusa che oramai siamo fuori dal tunnel: tutto questo si traduce in una ripresa della curva.

Il Regno Unito sia da monito nelle modalità errate di ripartenza che hanno scelto. Hanno ripreso la normalità a tutto gas, senza mezze misure, senza mascherine nelle metro o nei grandi magazzini. La realtà oggi sono i 50 mila contagi al giorno e i mille ricoveri. Se sarà anche il nostro futuro? Direi che abbiamo dei vantaggi rispetto a loro: in primis l’aver condotto la gran parte di campagna vaccinale con vaccini a mRna messaggero. E poi l’aver pensato di dosare le misure anti Covid più gradualmente, senza ritorni voraci a una finta normalità. Se fossimo capaci di vincere le ultime resistenze degli scettici al vaccino potremmo scampare il destino del Regno Unito».

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