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La Ue non vuole finanziare i muri anti-migranti ma in Europa ci sono già 2 mila km di barriere: la mappa

Dodici recinzioni e un continente sempre più “fortezza”, mentre diversi Paesi dell’Unione chiedono fondi per costruire muri

L’Italia salva le persone in mare. Dice no ai muri. Difende i valori dell’Unione europea, assicura il premier Mario Draghi. Ma quali sono questi valori? E come stanno cambiando, se 12 Paesi dell’Unione europea – Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Repubblica Slovacca – chiedono fondi per muri anti-migranti? «Non con i nostri soldi», risponde Bruxelles. Ma i muri, in Europa, esistono eccome: sono 12, filo spinato più, filo spinato meno. Quelli dei Balcani li ha messi insieme, per esempio, la giurista e attivista Federica Borlizzi in un post su Facebook. «Non serve solo non finanziare questi muri. Serve abbatterli», avverte. «Se diamo uno sguardo parziale ai muri costruiti in parte dell’Europa negli ultimi anni, abbiamo ben 1.757 km di filo spinato», scrive Borlizzi. A questi va aggiunta la ventina di km del lato ovest, con le barriere di Ceuta e Melilla e quella di Calais. Quasi 2 mila km di muri e di filo spinato sui circa 9 mila di confine terrestre dell’area Schengen, 12 mila se di considera la frontiera terrestre esterna dell’Unione europea tutta. Mentre quest’estate Lituania e Polonia «hanno iniziato a costruire muri verso il confine con la Bielorussia: rispettivamente di 550km e 187 km». La Lituania ha già costruito poco meno di 120 km di barriere con Russia e Bielorussia, mentre la Lettonia ne ha un centinaio al confine russo.


Fonte: FRA, 2020

A sud un muro non c’è: c’è il Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più mortale al mondo (dal 2014 sono scomparse quasi 23 mila persone), lasciata senza alcune missione “istituzionale” di salvataggio di chi intraprende il viaggio in mare. Ma anche «via terra i viaggi continuano a mietere molte vittime»: 691 dal 2014 secondo il progetto IOM Missing Migrants. E «i numeri reali potrebbero essere più alti».


La mappa

Ma quali sono e dove sono queste barriere?

Il muro tra Grecia e Turchia

EPA/DIMITRIS PAPAMITSOS | Una foto diffusa dall’ufficio del primo ministro greco mostra una nuova parte di recinzione al confine con la Turchia a Feres, nel nord della Grecia, 17 ottobre 2020.

Finito di potenziare ad agosto di quest’anno, è un muro di 40 km tra Grecia e Turchia risultato dell’estensione di una barriera di 12 km risalente al 2012: inizialmente doveva essere un fossato, poi diventato un muro sormontato da filo spinato e che colma uno spazio non protetto dal fiume Evros, confine naturale tra i due paesi. La costruzione per potenziare il muro – oggi fornito di sistemi di monitoraggio e sorveglianza ad alta tecnologia, una flotta di droni, telecamere notturne e dispositivi acustici a lungo raggio (sirene mobili) – era iniziata a giugno, e i lavori sono stati velocizzati a causa della crisi in Afghanistan con il ritorno dei talebani e in vista delle nuove ondate di arrivi, ricostruisce il Centro Astalli. Costo finale dell’operazione, scrive il Manifesto: 63 milioni di euro. All’epoca della prima costruzione, Frontex stimava una media di 250 tentativi di ingresso al giorno per quello che era allora uno tra i confini più attraversati da migranti provenienti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria, Somalia, Egitto, Nord Africa. L’Unione Europea all’epoca aveva scelto di non finanziare la barriera (ritenendo la questione un «affare interno»). Ma non l’ha neppure contestata. 

DW | La Grecia potenzia il confine con la Turchia nell’ambito di una «politica migratoria dura ma equa»

Il muro tra Bulgaria e Turchia

EPA/VASSIL DONEV | La polizia di frontiera bulgara davanti alle recinzioni al confine tra Turchia e Bulgaria durante la visita del Primo Ministro ungherese Viktor Orban al posto di blocco di frontiera di Lesovo, a circa 350 km da Sofia, Bulgaria, 14 settembre 2016.

235 km di filo spinato, ricorda la Fundamental Rights Agency Migration, l’Agenzia europea dei diritti fondamentali, in un report del 2020, su praticamente tutto il confine tra Bulgaria e Turchia, costruito dalle autorità bulgare tra il 2014 e il 2017 con filo spinato, torri con militari, videocamere a infrarossi e sensibili al calore. Secondo il CeSPI è costato più di 50 milioni di euro. Così la Turchia – tra l’altro – è diventata un Paese circondato da muri, scrive Filippo Cicciù su Treccani, fatta eccezione per la zona costiera e il confine con Georgia e Bulgaria. E dove non ci sono muri i confini sono bloccati come nel caso della frontiera con l’Armenia. Non ci sono barriere al confine con il Kurdistan iracheno, «ma qui da anni è in corso un aspro conflitto tra l’esercito di Ankara e i militanti del PKK», il Partito dei lavoratori del Kurdistan. «Il muro più lungo copre la quasi totalità dei 911 km al confine con la Siria».

I muri tra Ungheria, Serbia e Croazia

Wikimedia Commons | Il confine tra Ungheria e Serbia, agosto 2015

Come ricostruisce ancora l’Agenzia europea per i diritti fondamentali, il governo ungherese guidato da Viktor Orban ha innalzato una prima barriera al confine con la Serbia tra il 2015 e il 2017: 158 km e una recinzione alta 4 metri, con filo spinato e pattugliata dalle forze dell’ordine. Ancora al 2015 risale l’altro muro, quello tra Ungheria e Croazia, con cui, sull’onda del flusso migratorio di quell’anno, il governo di Budapest ha deciso di proteggersi dai migranti in arrivo da sud-ovest, cioè dalla Croazia con un altro muro. A fine 2015, secondo l’International organization for migration, i migranti che avevano attraversato tutti i confini ungheresi erano stati più di 440 mila. Il costo complessivo dei muri tra Ungheria, Serbia e Croazia è di 800 milioni di euro, ricorda Borlizzi. «La fonte della cifra è lo stesso Orban che ha chiesto all’Ue di rimborsargli metà della spesa». «Non finanziamo barriere», è stata la risposta dell’Europa. «Sigillare la frontiera è stato un passaggio decisivo sulla via di quella democrazia non liberale, o illiberale, che Orbán vuole realizzare», nota su Ispi Matteo Tacconi. «Il suo modello di Europa, un’Europa cristiana e conservatrice, vede nell’immigrazione un pericoloso grimaldello». E i migranti in viaggio sulla rotta balcanica sono «un’ulteriore sfida al cuore del vecchio continente, e Orbán ha più volte sostenuto che l’Ungheria si è attivata per salvarlo». 

Il muro tra Slovenia e Croazia

Wikimedia Commons | Il confine tra Slovenia e Croazia a ottobre del 2015.

Quasi 200 km di filo spinato corrono tra la Slovenia e la Croazia. La barriera è stata cominciata nel 2015 e poi potenziata ed estesa fino all’anno scorso. In quell’anno in Europa sono arrivate più di un milione di persone, quattro volte il numero registrato l’anno prima.

Il muro tra Macedonia e Grecia

EPA/KAY NIETFELD | Un uomo gioca con il suo bambino fuori da una tenda, nel campo profughi al confine greco-macedone vicino a Idomeni, Grecia, 12 marzo 2016.

37 km di recinzione di filo spinato e rete metallica costruiti dai militari macedoni nel 2015 per fermare il flusso migratorio dalla Grecia di oersone che non provengano da zone di guerra come Iraq, Siria e Afghanistan. La Macedonia è una delle prime tappe della rotta balcanica.

Francia, a Calais e il Great Wall

EPA/ETIENNE LAURENT | Un camion passa accanto al nuovo muro ancora in costruzione lungo la RN216 accanto al campo di fortuna chiamato “la giungla” durante la sua evacuazione a Calais, Francia, 25 ottobre 2016.

Il Great Wall, il grande muro di Calais, è stato realizzato nel 2016 in meno di tre mesi: alto 4 metri e lungo 1 km, è in cemento armato, dotato di telecamere di sorveglianza e costeggia la tangenziale della città nel nord della Francia, a poche centinaia di metri dalla terribile giungla di Calais smantellata nello stesso anno. A volerlo è stato il governo di Londra, che lo ha finanziato per 2.7 milioni di euro per impedire ai migranti di passare dalla Francia alla Gran Bretagna.

Spagna e le città-muro di Ceuta e Melilla

EPA/Mohamed Siali | Decine di persone tentano di attraversare la recinzione di confine che separa Fnideq (Castillejos, Marocco) e la città spagnola di Ceuta, situata nell’Africa settentrionale, il 19 maggio 2021, a seguito dell’arrivo di fino a 8mila migranti a Ceuta e nella città spagnola di Melilla (sempre in nord Africa).

La costruzione di muri e barriere, nell’Europa unita e di pace, parte però da lontano, e le prime recinzioni risalgono a pochi anni dalla caduta del muro di Berlino: il primato è infatti della Spagna, che dal 1995 – e potenziando i lavori fino a oggi – ha isolato le due città che possiede in Marocco, Ceuta e Melilla, con lunghe difese sormontate da filo spinato per un totale di una ventina di chilometri. La recinzione è diventata col tempo sempre più alta – ora arriva a 6 metri – e sempre più pericolosa con l’utilizzo di lame per impedire ai migranti di scavalcare.

In copertina EPA/VASSIL DONEV | Elaborazione grafica Vincenzo Monaco | Il confine tra Turchia e Bulgaria, 14 settembre 2016

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