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Samantha, da oggi il padre può firmare per lasciarla morire: «Finalmente potrà uscire dalla sua prigione»

Il genitore nominato amministratore di sostegno: «Mi sento come se avessi finalmente le chiavi per farla uscire da quel letto in cui è inchiodata da undici mesi, senza più vita ma soltanto dolore»

È passato un anno da quando Samantha, uscita di casa per andare al lavoro, è scivolata e si è rotta un femore. Era il 12 novembre 2020 e, di lì a qualche giorno, il suo corpo inizia a gonfiarsi, forse infettato da un batterio durante l’intervento in sala operatoria. Il 4 dicembre finisce in coma irreversibile. Lei, da quel momento, non smette di essere cosciente. I suoi genitori no: fanno appello alla ragione per portare avanti la battaglia legale che, alla fine, vincono: le cure che mantengono in stato vegetativo Samantha potranno essere interrotte e la 31enne sarà sedata fino alla morte. «Da oggi la liberazione di Samantha è un po’ più vicina. Mi sento come se avessi finalmente le chiavi per farla uscire dalla sua prigione, da quel letto in cui è inchiodata da undici mesi, senza più vita ma soltanto dolore», ha dichiarato il padre, Giorgio D’Incà, a Repubblica. Il tribunale di Belluno l’ha nominato ufficialmente amministratore di sostegno di sua figlia: da oggi, 10 novembre 2021, l’uomo potrà firmare i documenti per interrompere la nutrizione e l’idratazione.


Gli ultimi ricordi di Samantha

«Mi fa fatica dirlo, ma la nostra bambina ci lascerà». D’Incà, che di mestiere fa il carrozziere, ha raccontato al quotidiano cosa successe un anno fa. «Sembrava che tutto fosse andato bene, operazione riuscita all’ospedale di Feltre. Invece dopo qualche giorno le sue gambe hanno iniziato a gonfiarsi. Al pronto soccorso però ci dissero che l’unica cosa che Samantha doveva fare era tenere le gambe alzate. Invece quei gonfiori erano il segnale che qualcosa di terribile era avvenuto in sala operatoria». Il 2 dicembre il peggioramento diventò evidente e Samantha venne trasportata in ambulanza all’ospedale di Feltre. Poi, due giorni, dopo D’Incà e sua moglie, Genzianella Dal Zot, ricevettero una telefonata: «Ci chiamarono di notte dicendo che i suoi polmoni erano collassati e dunque la stavano trasferendo a Treviso. Quando l’abbiamo rivista nostra figlia non c’era più. Il suo cervello non reagiva, Samy si era spenta. Un corpo inerte. Forse la causa di questa tragedia è un batterio preso in sala operatoria. Dicono. Ma della battaglia per ottenere giustizia sul fronte sanitario ci occuperemo dopo».


L’assenza di un testamento biologico

Le questioni legali con il sistema sanitario saranno affrontate «quando Samantha sarà libera e le sue ceneri sparse nel mare della laguna di Venezia. Finalmente i medici e il giudice hanno ascoltato la nostra voce», ha aggiunto D’Incà. Sicuro di aver interpretato, insieme al resto della famiglia, la volontà di Samantha, nonostante la ragazza non abbia mai siglato un testamento biologico: «Quale ragazza lascia un testamento biologico a 30 anni? Le volontà di Samantha sono state ricostruite sulla base delle nostre testimonianze, dopo Eluana il nostro è il primo caso in Italia. I giudici ci hanno ascoltato più volte, noi, i suoi fratelli, in particolare Manuel, il suo gemello. Hanno ritenuto, come si legge nella sentenza davvero innovativa, che Samantha non avrebbe voluto sopravvivere così, in stato vegetativo, dipendente da tutto e da tutti». Samantha, che davanti a sé ha solo un futuro di «dolore e piaghe, in stato vegetativo su un letto», ai tempi del caso di Dj Fabo aveva espresso un giudizio favorevole alla morte assistita. Anche di Eluana Englaro aveva detto che «non lasciarla morire era un accanimento disumano». Così, il tribunale di Belluno ha deliberato sul caso di Samantha: «Il consenso ad interrompere i trattamenti di sostegno vitale appare conforme alla volontà della beneficiari».

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