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Una talpa all’Agenzia delle entrate e residenze fasulle: così funzionava la truffa sul Reddito di cittadinanza scoperta a Milano

Un impiegato forniva codici fiscali per pochi euro. L’imbroglio però è fruttato milioni che difficilmente lo Stato riuscirà a recuperare

Non avevano i requisiti per ottenere il Reddito di cittadinanza. Ma la maggior parte dei nominativi scoperti nell’ambito dell’inchiesta sulla truffa per il Reddito di cittadinanza svelata oggi, 11 novembre, a Milano, un assegno l’ha ricevuto lo stesso: due, tre mensilità di sostegno per la ricerca di lavoro o l’intero Reddito di emergenza (provvedimento specifico legato alla pandemia). Poi sì, dopo i controlli, l’assegno veniva revocato ma intanto il pagamento c’era stato: tra i 500 e i 5.000 euro a nominativo, per un totale di 14.200.000 euro. Soldi che ormai sono andati e che difficilmente lo Stato italiano potrà avere indietro, visto che bisognerà aspettare la sentenza di condanna e poi procedere col pignoramento dei beni intestati a persone residenti in Romania.


I redditi revocati

Il meccanismo identificato dalla procura di Milano assieme alla Guardia di finanza di Cremona e Novara è spiegato con chiarezza dall’ordinanza di custodia cautelare che ha portato all’arresto di 16 persone. D’accordo con due agenzie Caf del milanese – parallelamente è stato identificato un terzo sportello di servizi che usava sistemi analoghi – un gruppo di cittadini di nazionalità rumena presentava domande di sostegno al reddito per centinaia di persone, la maggior parte delle quali residenti in Romania. Gli accusati di truffa e associazione a delinquere sapevano fin dal principio che i titolari delle domande non avevano i requisiti per ottenere i soldi. In particolare mancava uno degli elementi più facili da identificare: dieci anni di residenza in Italia. Giocavano però sul fatto che i controlli sarebbero arrivati dopo l’iniziale erogazione del sostegno economico. Dunque una parte degli assegni sarebbe stata comunque pagata. Un dato di cronaca, dunque, che affilerà le armi di chi sostiene che l’attuale Reddito sia troppo esposto al rischio truffe e debba essere sottoposto a maggiori controlli, come tra l’altro già annunciato dal governo.


La talpa all’Agenzia delle entrate

Non solo. Altro elemento significativo della storia è che tutto il meccanismo passava per l’ottenimento di documenti italiani falsi. E in particolare di un codice fiscale, indispensabile per poi avere carta di identità e tutto il resto. E a fornire il codice era un dipendente dell’agenzia delle entrate di Barletta: chiedeva 5 euro a codice fiscale e in pochi giorni restituiva la pratica al Caf pugliese, da dove gli indagati prendevano i documenti per poi chiedere il sostegno al reddito nel milanese. Un meccanismo semplice e, paradossalmente, che è fruttato all’impiegato poche centinaia di euro. Eppure è da quei tesserini fasulli che sono scattati indebiti finanziamenti per milioni di euro.

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