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Reddito di cittadinanza, perché quello italiano non aiuta i giovani. Gli esempi nel resto del mondo, dall’Alaska alla Francia

L’ex viceministro del lavoro Michel Martone: «Quello attuale è un’utopia, meglio lavorare anche sottopagati», la sociologa francese Dominique Mèda: «Le ricerche mostrano l’attaccamento dei giovani italiani al lavoro, ma non un lavoro qualunque»

Impossibile «fare come l’Alaska» dice il giuslavorista Michel Martone, già viceministro del Lavoro nel governo Monti, perché l’Italia è troppo indebitata: meglio dunque che i giovani accettino un’occupazione purché sia tale, anche sottopagata. La sociologa francese Dominique Mèda, autrice di un’importante ricerca europea sul rapporto tra i cittadini e il lavoro, spiega che i giovani italiani sono tra i più «desiderosi di lavorare». L’immagine degli sdraiati sul divano non è la loro, insomma. Mentre la discussione in Senato sulle modifiche al reddito di cittadinanza contenute nella legge di Bilancio sembra già impantanata e la protesta di Chiara Saraceno – presidente del Comitato scientifico per la valutazione del reddito di cittadinanza che a Open ha dichiarato: «Non pensavo che il governo prendesse in considerazione tutte le nostre proposte, ma almeno devono spiegarci perché hanno detto “no” a tutto» – è stata raccolta solo dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, abbiamo chiesto ai due esperti cosa non va nel nostro reddito di cittadinanza, focalizzandoci sull’impatto che (non) ha avuto sulle generazioni più giovani.


Martone: «Troppa burocrazia e poco avviamento al lavoro. Ai miei studenti dico lavorate, anche sottopagati: meglio che dipendere dal reddito di uno Stato così indebitato»

ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI | Michel Martone

Professore, lei definisce il reddito di cittadinanza come una «grande utopia». Eppure sono diversi i Paesi ad aver introdotto con successo un reddito di base per la popolazione.


«Il reddito di cittadinanza è utilizzato in Paesi che hanno una bassa popolazione e grande ricchezze naturali nel sottosuolo, come ad esempio l’Alaska, dove funziona in quanto misura universale che non richiede un apparato burocratico. L’applicazione italiana, invece, è particolare perché da un lato non si tratta di un reddito universale, dall’altro richiede un pesante apparato gestionale. E c’è anche una terza ragione: da noi si è voluto assegnare a questa misura, per questioni di dibattito politico, anche la funzione di avviamento alle politiche attive del lavoro. Alla fine, l’unico effetto da questo punto di vista è stato l’assunzione a termine dei navigator.

Astrattamente, il reddito di cittadinanza è una misura bella, ma inapplicabile in un Paese da 60 milioni di abitanti, senza risorse naturali da sfruttare nel sottosuolo e con il terzo debito pubblico più alto al mondo. Per questo dico che parliamo di un’utopia. Lo sottolineo: con il reddito di cittadinanza italiano, la parte di avviamento delle politiche del lavoro non è mai iniziata. Si è tradotto, invece, in una misura assistenziale molto utile nel corso della pandemia. Ma anche per quanto riguarda gli aspetti dell’assistenza ai più fragili, il reddito di cittadinanza ha rivelato degli abomini, come quello di aiutare più i single che le famiglie numerose, in un Paese che è ha tra i più bassi tassi di natalità al mondo».

Ritiene sia una misura da stralciare?

«Fermo restando che il reddito di cittadinanza ha richiesto tantissimi adempimenti burocratici e ha dato vita a una serie di deviazioni senza senso, oggi, sostanzialmente, è una misura di assistenza molto costosa per l’Italia. Quantomeno è necessario riorientarla per sostenere giovani e famiglie numerose, proprio perché ormai non è altro che una misura assistenziale. È un vero peccato che le risorse del reddito di cittadinanza, in questi anni, non siano state usate per le politiche attive del lavoro: abbiamo perso ulteriore tempo per avviare la vera priorità del Paese, in un momento di ripresa economica come questo dove le aziende faticano a trovare manodopera qualificata in tutti i settori. Sì, davanti a noi si staglia una grande ripresa economica, ma c’è una scarsità di manodopera qualificata che ci impedisce di cogliere appieno le opportunità della crescita».

Lei ha detto: «I navigator sono lì a ricordarci che con il reddito di cittadinanza, purtroppo, hanno trovato il lavoro solo per loro». Colpa dei navigator, dell’inefficienza dei centri per l’impiego o dell’assenza di offerta di lavoro?

«Rafforzare i centri per l’impiego è un punto imprescindibile. Detto ciò, bisogna tenere a mente che per sviluppare un sistema efficace di politiche attive del lavoro – infrastruttura fondamentale per l’Italia – ci vogliono anni. Il reddito di cittadinanza è stata una falsa partenza. Invece, una misura importante da questo punto di vista è quella del Fondo nuove competenze, che permette alle imprese di adeguare le competenze dei lavoratori, alcuni dei quali sarebbero rimasti in cassa integrazione per anni senza le nuove skill acquisite grazie ai contributi dello Stato ed europei. È una misura della quale si parla poco ma che è stata preziosissima durante la pandemia. Dicevo, comunque, che per far partire un vero sistema di politiche attive del lavoro ci vogliono anni, ce lo insegna l’esperienza tedesca degli istituti professionali. Il loro successo è dipeso dall’efficacia dei link tra scuole, centri per l’impiego e imprese. Collegamenti che, purtroppo, nel nostro Paese esistono solo in alcuni territori, prevalentemente situati al Nord».

Lei pensa che il reddito di cittadinanza possa demotivare i giovani nella ricerca di un lavoro?

«Quello che dico sempre ai miei studenti è questo: capisco che le retribuzioni, oggi, abbiano raggiunto dei livelli veramente bassi e spesso i lavori non corrispondono alle aspettative, ma è comunque importante cominciare a lavorare per dipendere da se stessi e continuare a imparare piuttosto che restare fermi ad aspettare. Il reddito dato dallo Stato crea dipendenza e dura fino a quando lo Stato può pagarlo: non dimentichiamoci che restiamo il Paese con il terzo debito pubblico più alto al mondo. Accettare il reddito di cittadinanza e rinunciare a un lavoro che pure non corrisponde alle attese rischia di far perdere anni fondamentali della propria vita occupazionale: è da giovani che si può apprendere di più dal lavoro, di qualunque tipo esso sia. Anche se pagato troppo poco, anche se lontano dalle aspettative, meglio un lavoro che il reddito di cittadinanza perché, almeno, si impara qualcosa facendolo».

Dominique Mèda: «I giovani cercano lavoro anche se ricevono un reddito di base. Lo dicono i dati»

YouTube | Dominique Mèda

Professoressa, per la società di oggi è essenziale avere un reddito di base?

«Dipende dal reddito di base. Io sono contraria a un reddito di base da elargire in modo incondizionato a tutta la popolazione. D’altro canto, mi sembra doveroso che lo Stato dia un reddito di base sulla scorta delle condizioni economiche dei possibili beneficiari. Per esempio, in Francia abbiamo un reddito di solidarietà attiva esteso a tutti i giovani a partire dai 18 anni ed è efficace perché, in caso di inattività, garantisce un reddito minimo a delle persone che altrimenti resterebbero senza soldi, mentre nel caso in cui un lavoratore percepisca uno stipendio al di sotto della soglia minima fissata, va a integrare le entrate dell’individuo per permettergli di raggiungere il reddito minimo».

Come inquadra la situazione dei giovani europei, oggi, dal punto di vista dell’accesso al mercato del lavoro?

«La crisi sanitaria ha aggravato ulteriormente i problemi di accesso dei giovani al mercato del lavoro perché, banalmente, le attività produttive sono state ferme a lungo negli scorsi mesi. Giovani e donne hanno sofferto di più gli effetti secondari del Coronavirus. Spesso, poi, i giovani entrano nel mercato del lavoro con contratti di breve durata, a tempo determinato, che possono essere interrotti agevolmente. Quindi in questa fase si è consolidato un altro problema per i giovani: quello del rientro nel mercato del lavoro, un processo delicato e che sovente può richiedere più tempo di quello previsto per il primo accesso al mondo del lavoro».

Alcuni sostengono che sussidi come il reddito di cittadinanza italiano disincentivino i giovani dalla ricerca di un’occupazione. È d’accordo?

«Assolutamente no. Ho seguito uno studio in tutta Europa per vedere se fosse vero che i giovani non amano il lavoro. L’esito riscontrato è che ciò è totalmente falso. I giovani sono risultati molto attaccati all’idea di avere un’occupazione. Anzi, sono risultati più legati al lavoro delle persone appartenenti ad altre fasce d’età. Semplicemente, i giovani oggi tendono a cercare un lavoro che abbia un senso, un senso con il proprio percorso individuale o con il proprio sentirsi utili alla comunità. Non solo lo studio che ho seguito personalmente, ma anche altre ricerche hanno ugualmente dimostrato che misure come il reddito di cittadinanza non fanno desistere dal cercare un lavoro. È falso sia per i giovani sia per le altre generazioni. È questo è particolarmente falso per i francesi e gli italiani: ricordo che da una recente indagine sui valori dei cittadini europei è emerso che la Francia e l’Italia sono tra i Paesi dove il lavoro è considerato tra gli aspetti più importanti della vita dei cittadini».

C’è abbastanza lavoro, oggi, per tutti oppure dobbiamo abituarci all’idea che parte della società debba essere sostenuta da un reddito pubblico garantito poiché non troverò mai un’occupazione?

«Innanzitutto, penso che oggi non ci sia abbastanza lavoro. Cioè, non esiste alcun rischio che i giovani non accettino il lavoro, ma il contrario: dovremmo preoccuparci del fatto che non ci sia abbastanza lavoro per tutti. Detto ciò, non credo che la soluzione sia quella di adeguarsi alla carenza occupazionale attuale e pensare che il reddito di base sia l’unica via di uscita. Credo, piuttosto, che sussistano le condizioni per creare nuova occupazione, specialmente se i Paesi si impegnano nella transizione ecologica: ci sono edifici da rinnovare, tecniche agricole da rivoluzionare e tante altre attività che richiedono nuovi lavoratori. Penso che la riconversione ecologica sia la chiave per creare nuovi posti di lavoro. E penso anche che questi nuovi posti di lavoro siano molto più interessanti e attrattivi per i giovani rispetto ai mestieri attuali».

Dominique Mèda ha partecipato all’European Feltrinelli Camp – Next Generation Labour, a cura di Fondazione Feltrinelli: un consesso di esperti e giovani ricercatori che ha elaborato cinque proposte su una nuova dignità del lavoro e dei diritti dei lavoratori.

In copertina: elaborazione grafica di Vincenzo Monaco

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