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Lavoro, per una donna su due la ripresa è precaria: al Sud meno contratti ma più stabili – Il Gender Policies Report

Con la pandemia crescono le diseguaglianze di genere. Nella prima metà del 2021 attivati 3,3 milioni di contratti, di cui 1,3 per le donne

La ripresa c’è ma non per tutti. Nonostante il Pnrr la precarietà occupazionale e la discontinuità continuano a colpire soprattutto le donne. Lo spiega oggi il Gender Policies Report 2021 dell’Istituto Nazionale per le Analisi delle Politiche pubbliche (Inapp), che parla di un paese a più velocità ma con un punto comune: «In questo anno e mezzo di pandemia l’aumento delle diseguaglianze di genere è cresciuto – dice il presidente Sebastiano Fadda -. E parte da un dato strutturale dell’occupazione che vede al 67,8% il tasso di occupazione degli uomini e al 49,5% quello delle donne. È chiaro che la pandemia non ha fatto che allargare questo divario»


Il Gender Gap sul lavoro

Attualmente sono a tempo indeterminato solo il 14% dei nuovi contratti e il 38% delle stabilizzazioni. Il 49,6% di tutti i contratti di lavoro stipulati da donne, inoltre, è a tempo parziale. Una percentuale che per gli uomini si riduce al 26,6%. Non solo: i nuovi contratti attivati nel primo semestre 2021 sono 3.322.634. Di questi più di due milioni sono riservati agli uomini e soltanto 1,3 milioni sono per le donne. «Le donne hanno dovuto affrontare uno stress test particolare dovendo moltiplicare gli sforzi e spesso trovandosi di fronte al bivio di scegliere tra lavoro e famiglia – dice ancora Fadda -. Occorre intervenire non tanto con bonus o iniziative spot ma iniziando a adottare, sin dalla fase di progettazione, una valutazione di quali possono essere gli effetti su uomini e donne di politiche concepite come universali e quindi neutre. Un metodo e una sfida che l’Europa ci chiede dal 2006 e che di recente ha ribadito lo stesso Parlamento europeo nella Risoluzione sul Next Generation EU». In tutte le regioni italiane i contratti stipulati per le donne sono inferiori a quelli degli uomini: un terzo del totale in Basilicata, Sicilia e Calabria, meno del 40% in Calabria, Molise, Puglia, Lombardia, Abruzzo e Lazio. Tutte le altre regioni si collocano tra il 41 e il 46,5%, mentre l’incidenza più elevata si registra in Trentino Alto Adige.


I dati sul Mezzogiorno

Fonte: Gender Policies Report (Inapp)

«Maggiore occupazione non sempre determina automaticamente maggiore stabilità o maggiore redditività – si legge nel rapporto -. Per questo è importante guardare alla ripresa nelle sue reali potenzialità di sostenere una buona occupazione nel lungo periodo». C’è però anche una buona notizia. Ovvero il ruolo delle regioni del Mezzogiorno, che presentano un’incidenza del tempo indeterminato per le donne superiore alla media nazionale e a quella di diverse regioni del Centro Nord. Meno contratti, quindi, ma più stabili. Emblematico il caso della Campania, che ha 75 mila contratti stipulati di cui il 21,4% a tempo indeterminato. Ma anche in Sicilia il 17,7% dei quasi 60 mila contratti stipulati è a tempo indeterminato. La quota della Calabria è addirittura superiore: 18%. «Attenzione tuttavia ad un dato che riduce l’ottimismo – conclude l’Inapp – Proprio in queste regioni, accanto alla ridotta nuova occupazione continua a registrarsi la quota di tempo parziale femminile tra le più alte d’Italia». Ovvero il fattore che rappresenta una delle cause dei già elevati differenziali retributivi tra uomini e donne.

Foto copertina da Contesti.info

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