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Come i parlamentari sfruttano i collaboratori: 80 accuse di mobbing, lavoro in nero e stipendi da fame

Secondo la Camera dei Deputati, gli assistenti con regolare contratto sono solo 488, gli altri vengono ricompensati con il «prestigio»

Boom di segnalazioni per irregolarità nei contratti e mobbing a Montecitorio. Nel mirino sono finiti almeno 80 parlamentari, di cui 20 sono già finiti davanti al giudice del lavoro. Tra le accuse: lavoro in nero, stipendi troppo bassi e contributi mai pagati. Ne ha parlato il Tempo in un’inchiesta. Sono circa 80, infatti, i collaboratori parlamentari che nel corso di questa legislatura hanno segnalato irregolarità contrattuali e situazioni al limite dello sfruttamento e del mobbing da parte dei loro datori di lavoro. «Ci sono onorevoli che si fanno consegnare la spesa a casa dai propri assistenti, o che li mandano a comprare gli assorbenti in farmacia», si legge nell’articolo. Molti rimangono in silenzio, per paura di non poter più lavorare nella politica, ma qualcuno si è fatto avanti e ha denunciato la situazione.


Lo scorso luglio, la Camera ha pubblicato per la prima volta i dati ufficiali sul numero dei collaboratori dei deputati: delle diverse centinaia di assistenti che si aggirano ogni giorno tra i corridoi di Montecitorio, solo 488 sono contrattualizzati. Di questi il 24% ha un contratto di lavoro subordinato, il 40% circa ha un contratto di collaborazione, mentre il restante 36% è inquadrato come lavoratore autonomo. Una situazione anomala rispetto al quadro europeo, dove quasi in ogni Paese sono previste specifiche regole di assunzione e una retribuzione fissa per i collaboratori dei parlamentari. Nel nostro caso, invece, gli assistenti, per la maggior parte, prendono tra i 500 e i 600 euro al mese, se tutto va bene. Qualcuno più fortunato riesce ad arrivare addirittura a 1000 euro, per una mole di lavoro che in genere supera le 40 ore settimanali. Ma sono ancora tantissimi quelli che vengono pagati solo con il «prestigio» di lavorare nei palazzi della politica, un prestigio per il quale – sembra presupporre chi li assume – vale la pena lavorare gratis.


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