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No Vax e alpini violenti, le bufale della “giornalista indipendente” Beatrice Juvenal (che non esiste)

Scrive storie fittizie a cui allega foto generate da un algoritmo: svariate fake news virali sono riconducibili al suo profilo

Cosa accomuna uno studente sospeso da scuola per aver fatto un tema sulla dittatura sanitaria, un No Vax 46enne di Enna che ha trovato un sistema per vincere alla roulette, un tribunale che toglie il figlio ai genitori per obbligarlo ad indossare la mascherina giorno e notte e una 19enne torinese picchiata per aver fatto la spesa senza mascherina? Sono tutti e tre protagonisti di vicende mai avvenute, ma diventate virali, partorite dallo stesso personaggio: Beatrice Juvenal, sedicente «giornalista indipendente».

Per chi ha fretta:

  • Dietro molte bufale che circolano sul web e vedono protagonisti No Vax immaginari c’è un profilo di quella che si definisce una «giornalista indipendente»
  • In realtà tutte le caratteristiche del suo profilo portano alla conclusione che si tratti di un troll, con un modus operandi ben preciso

Analisi

Magon d’Aloia: un nome che a molti non dirà nulla, ma che a tanti altri ricorda un post dello scorso 10 maggio, dove si leggeva «SOSPESO 3 GIORNI DA SCUOLA PER AVER FATTO UN TEMA CONTRO LA DITTATURA SANITARIA. Magon D’Aloia, 17 anni, è stato sospeso dal liceo scientifico per 3 giorni. Durante un tema di italiano in cui gli studenti dovevano raccontare le sensazioni vissute nei due anni di pandemia, Magon ha usato temi molto duri, fomentati da tematiche novax, che non sono andati giù né alla prof né tantomeno alla preside, che ha formulato il provvedimento di sospensione».

La foto e il testo erano stati diffusi e molto condivisi sia su Facebook che su Twitter, e il ragazzo era immediatamente diventato un martire per la galassia No Vax, che parlava già di un giovane eroe sacrificato sull’altare della libertà di scelta. Nessun media ufficiale, tuttavia, ha riportato una simile vicenda. Il nome citato nel testo, così come la foto del ragazzo in allegato, non trovano inoltre riscontro in nessun profilo reale: tutto lascia supporre che sia una storia inventata di sana pianta.

Identica dinamica si ripropone nel caso di un’altra storia diventata virale, che ha come protagonista una presunta 19enne torinese che sarebbe stata picchiata «selvaggiamente» da un gruppo non identificato di persone dopo essersi recata al supermercato per fare la spesa, sprovvista di mascherina. Anche in questo caso, non esiste il minimo riscontro della vicenda, così come non esiste alcuna prova del fatto che un 46enne di Enna che aveva perso il lavoro a causa delle sue posizioni No Vax sia riuscito a elaborare un sistema per vincere alla roulette, grazie al quale ha fatto in modo di trasferirsi alle Canarie e pubblicare un libro dal titolo «Mettiamo i soldi insieme, cubi» (sic).

A proposito di No Vax, il post più recente in circolazione che ripresenta lo schema di cui sopra riguarda una diciannovenne creativamente rinominata Sossella Lage, che avrebbe denunciato di essere stata presa con la forza da 3 alpini ubriachi, condotta a forza in un hub e vaccinata.

L’ultima, in ordine cronologico, è quella del bambino obbligato a indossare la mascherina giorno e notte: «Martino Iannini, 2 anni e mezzo, non aveva praticamente mai vissuto senza la mascherina. Obbligato giorno e notte ad indossarla, da genitori con manie ipocondriache. Una denuncia dei vicini ha innescato i controlli. “Da quando è nato non abbiamo mai visto la faccia di quel bambino, sempre con la mascherina!” Dichiarano i vicini di casa».

L’ultima bufala condivisa prima della pubblicazione di questo articolo.

Una raccolta di storie che farebbe invidia a Boccaccio, accomunate da una firma ricorrente: quella di una tale Beatrice Juvenal.

Se facciamo una ricerca su Facebook, l’unico luogo in cui troviamo traccia di un profilo con questo nome, nonché il social da cui provengono gli screenshot poi condivisi anche su Twitter e Telegram, approdiamo sulla pagina di quella che si presenta come una “Giornalista indipendente”. Oltre 500 follower, dichiara di venire da Roma ma di vivere a Torino e nella foto profilo sfoggia un sorriso a trentadue denti. Patinato, statico, e al contempo estemporaneo: un volto ripreso da vicino, che si staglia su uno sfondo indefinito, proprio come quello dei protagonisti nelle immagini in allegato ai post sopracitati. Nè di questi ultimi, nè di lei, è possibile risalire a una reale identità se facciamo una ricerca inversa attraverso Google. E la ragione è molto semplice.

Provate a cliccare su questo link. Verrete ricondotti al volto di qualcuno. Provate di nuovo: apparirà un nuovo volto. Provate ancora, e ancora: se cliccate un milione di volte, otterrete un milione di facce diverse. Il portale in grado di generare questi ignoti ha un nome abbastanza didascalico per farci un’idea di quello che sta accadendo: thispersondoesn’texist.com, tradotto «questapersonanonesiste.com». Il sito è nato quando nel 2019 l’ingegnere Phillip Wang si accorse che l’Intelligenza Artificiale era ormai diventata in grado di generare un volto realistico di una persona inesistente in un paio di secondi, avvalendosi di un sistema sviluppato nel 2018 dai ricercatori del produttore di chip per computer Nvidia, chiamato StyleGAN, inizialmente pensato per addestrare l’IA a riconoscere volti e volti falsi in generale. Una tecnologia sofisticata e avanzata utilizzata anche per altri scopi, come dimostra la creazione del sito thiscatdoesnotexist, in grado di generare automaticamente le foto di finti felini.

Le «persone» partorite dal software hanno età diverse, colori diversi, mostrano svariate espressioni facciali e vengono riprese da diverse angolazioni. A distinguerle dagli individui in carne ed ossa sono dettagli quasi impercettibili: a volte, per esempio, si riscontrano piccole asimmetrie, come un orecchino in un orecchio ma non nell’altro. I capelli possono sembrare troppo dritti e striati per essere realistici, o i denti possono presentare irregolarità inverosimili. Un altro campanello d’allarme risiede nello sfondo, che come detto nel caso dei fake presenta distorsioni insolite o risulta troppo sfocato. Un ulteriore supporto può derivare da un sito web chiamato «Which Face Is Real», creato da Jevin West e Carl Bergstrom dell’Università di Washington, che permette di esercitarsi nel distinguere le facce vere da quelle false. Christopher Schmidt, un ingegnere del software di Google che è stato uno dei milioni di persone che hanno visto il sito di Wang subito dopo il suo lancio, ha dichiarato che spera come siti come questo inducano le persone a dubitare di ciò che vedono online. «Forse dovremmo pensare tutti un paio di secondi in più prima di presumere che qualcosa sia reale», ha detto. Questi siti, infatti, possono anche essere usati in maniera impropria da chi ha intenzione di fare disinformazione. E proprio questo sembra essere il caso di Beatrice Juvenal.

Delle storie raccontate, sul profilo non c’è traccia. L’utente infatti sembra operare nel seguente modo: pubblica una foto con una lunga didascalia di cui non esiste alcun riscontro, la firma, e la lascia libera di circolare e diventare virale. Almeno fino a che non trova un nuovo soggetto da raccontare: in quel momento, il post precedente viene cancellato, o reso privato, per lasciare spazio a un nuovo fantasioso racconto. Anche il fatto che si definisca una «giornalista indipendente» appare del tutto arbitrario: nei registri dell’Ordine dei giornalisti questo nome non appare se lo cerchiamo nel registro nazionale, ma non figura nemmeno in quello regionale del Lazio o del Piemonte.

Beatrice Juvenal è come Balto: non sappiamo chi è, sappiamo soltanto chi non è. E di certo, non è una giornalista. Nel momento in cui scriviamo, la storia della ragazza vaccinata a forza dagli alpini ha ceduto il posto a quella di un’infermiera ucraina di nome Magonda Loya, che sarebbe stata assunta presso l’azienda ospedaliera San Luigi Gonzaga di Orbassano prendendo il posto «di una sua collega no-vax che ha rassegnato le dimissioni per non vaccinarsi». Chissà quale storia figurerà nel profilo di questa prolifica utente nel momento in cui leggete queste righe.

Aggiornamento

L’account ha cambiato nome in “Stefania Piccimni“.

Questo articolo contribuisce a un progetto di Facebook per combattere le notizie false e la disinformazione nelle sue piattaforme social. Leggi qui per maggiori informazioni sulla nostra partnership con Facebook.

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