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Test di Medicina dal quarto liceo, gli studenti alla ministra Messa: «Soluzione posticcia per nascondere i reali problemi di fondi»

«Eliminare una barriera d’accesso mettendone un’altra». Così gli studenti universitari sintetizzano e criticano l’annuncio del governo sullo stop al test unico dal 2023

«Eliminare una barriera d’accesso mettendone un’altra». Così gli studenti universitari sintetizzano l’annuncio fatto dalla ministra dell’Università Maria Cristina Messa sullo stop al test d’ingresso unico di Medicina dal 2023. Niente più giornata del concorsone ma un percorso che potrà iniziare dal quarto liceo, anno in cui gli studenti potranno cimentarsi con il test di ingresso fino a quattro volte ed entrare in graduatoria con il risultato migliore. Un tentativo di favorire la maggiore partecipazione di studenti e ovviare così all’emergenza legata alla scarsità dei camici bianchi destinata a peggiorare nei prossimi due anni. «Accogliamo con favore la volontà della ministra di superare uno strumento vecchio e iniquo come il test di ingresso al corso di medicina», spiega Giovanni Sotgiu, il coordinatore dell’Unione degli Universitari (UDU), «tuttavia riteniamo non abbia senso eliminare una barriera d’accesso per inserirne un’altra, senza adoperarsi per avere un allargamento strutturale dei posti a medicina, col fine di arrivare, in qualche anno, al superamento definitivo dell’accesso programmato».


Il problema secondo gli studenti starebbe a monte, e cioè nella necessità di intervenire sul numero di risorse, spazi e docenti che aumenterebbero la capacità per gli atenei di accogliere più studenti. «Non ha alcun senso eliminare una barriera d’accesso per inserirne un’altra», ribadisce Sotgiu, riferendosi a un sistema pensato non per eliminare del tutto l’ingresso a numero chiuso e che prevede comunque una graduatoria in cui rientrare. «Quando arriverà la prossima pandemia non ci si potrà permettere di essere impreparati e sin da oggi il servizio sanitario nazionale va rifinanziato e allargato, senza comprometterne la qualità. Se la ministra è del nostro stesso avviso noi siamo disponibili a confrontarci su questo percorso, abbiamo delle proposte da portare e pensiamo sia possibile cambiare in meglio se c’è la volontà politica di farlo».


«Soluzione posticcia per nascondere i reali problemi di fondi»

A dire la loro sono anche gli studenti delle superiori, ora più che mai coinvolti in un piano di accesso all’università che parte dal quarto anno di liceo. «Il sistema che si propone è soltanto una via di mezzo per sviare il reale problema e cioè il numero chiuso», dice il coordinatore della Rete degli Studenti Medi, Tommaso Biancuzzi. «Si tratta di una soluzione posticcia per nascondere il mancato investimento in strutture, docenti. Senza contare il collo di bottiglia della specializzazione. Che sia un test unico pensato in una giornata o un percorso, si sta cercando ancora una volta di tamponare la reale mancanza di fondi per gli Atenei e per la ricerca. Il numero chiuso è sbagliato e qualsiasi via di mezzo è una scusa per non investire di più nelle Università». Biancuzzi aggiunge: «Nei prossimi anni serviranno sempre più nuovi medici. Il numero chiuso da questo punto di vista è un grosso problema. Basta questo per capire la validità della proposta della Messa».

L’idea di un percorso che conduca a una graduatoria, in ogni caso esclusiva, rimane per la rete di associazioni delle scuole superiori un modo per sviare alla mancanza di progetti di ampliamento di risorse. A questo proposito la ministra Messa poche ore fa ha dichiarato: «Noi con il ministro Speranza abbiamo aumentato tutti i numeri, sia degli studenti che possono accedere alle scuole di specializzazione che di quelli che possono entrare all’università di Medicina». Ma la rete indipendente ribatte: «Non basta. Non basta agire sui sintomi senza intercettare e intervenire sulle cause. I medici sono sempre meno. Non è forse il momento di prendere atto che quello che è stato fatto finora non solo non basta ma ha creato anche dei danni?».

«Test al liceo? Senza orientamento una follia»

Sull’idea di spalmare i tentativi di test negli ultimi due anni di superiori, la Rete Studenti Medi si mostra altamente scettica. «Nel nostro Paese non c’è un reale sistema di orientamento. Tutto è messo in mano alle singole scuole che fanno quello che possono o che vogliono fare. Spesso l’orientamento in uscita si trasforma in una competizione, in una vetrina degli Atenei a chi riesce ad attirare più studenti. L’ indirizzamento non viene minimamente tarato sulle reali esigenze e caratteristiche dei singoli studenti, pensando che una fiera in cui gli atenei si presentano e “sfilano” davanti ai ragazzi possa realmente aiutarli», spiega Biancuzzi. Il tema dell’orientamento per gli studenti è strettamente collegato ai danni che il percorso aggiuntivo di test d’ingresso fin dal liceo potrebbe comportare. «E’ già assurdo che a 19 anni i ragazzi debbano scegliere per la loro vita senza avere un adeguato strumento di orientamento. Se poi si parla addirittura di fare dei test d’ingresso e di graduatorie già dal quarto anno senza neanche un corso di orientamento, crediamo si stia considerando un sistema che è pura follia».

«Un passo avanti»

Chi sottolinea comunque il passo avanti portato dall’idea della ministra è il Segretariato Italiano Studenti in Medicina (SISM). «La nuova modalità che è stata pensata è in linea con gli obiettivi che anche il nostro Manifesto sulla Formazione Universitaria del Dottore in Medicina e Chirurgia contiene. Il fatto che non si possa valutare uno studente con un test in un giorno, la questione delle domande non prettamente inerenti alla professione medica, la non reale valutazione della persona e delle sue potenzialità sono tutte questioni centrali che l’eliminazione di un test unico può risolvere», spiega a Open la responsabile nazionale dell’area di formazione medica SISM, Giacoma Aleci. E aggiunge: «Il fatto che si possa fare un test e provarlo per quattro volte ribadisco che sia un passo avanti per una una selezione migliore che metta più al centro lo studente».

Aleci sottolinea poi la necessità per gli atenei di dover preparare gli allievi e fornire tutto il materiale che permetta loro di prepararsi adeguatamente. «Se ciò accadrà sarà favorito anche l’aspetto di equità tra i ragazzi, messi tutti nelle stesse condizioni di prepararsi adeguatamente ai test». Sul tema però sembra essere piuttosto scettico il responsabile metropolitano di UDU Milano Niccolò Pira: «Un sistema come quello proposto dalla ministra Messa deve necessariamente andare di pari passo con un aumento di fondi. Le facoltà di Medicina potranno davvero essere accessibili a tutti solo se in grado di accogliere tutti. In alternativa si rischierà ancora una volta di fare un regalo ai privati che si vedranno incentivati ad aprire corsi e a cercare di intercettare le lacune del pubblico».

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