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La maestra del cinema queer Monika Treut: «La società si è aperta: l’identità trans non fa più paura» – L’intervista

A 25 anni dal documentario «Gendernauts. A Journey Through Shifting Identities», la regista simbolo del cinema queer, incontra di nuovo i suoi protagonisti per scoprire com’è cambiata la loro vita e il movimento Lgbtq+. L’abbiamo intervistata

«Ci sono molti film e serie tv su giovani che intraprendono una transizione di genere, ma c’è davvero poco materiale sulla vita delle persone trans anziane». A dare voce e spazio a una dimensione umana e sociale spesso trascurata ci pensa Monika Treut, regista tedesca classe 1954 i cui lungometraggi e documentari hanno fatto la storia del cinema queer. In Genderation, documentario presentato alla Berlinale del 2021 e fuori concorso in questi giorni al Sicilia Queer Filmfest di Palermo, la regista torna a incontrare i protagonisti del suo storico documentario del 1999 sulla comunità transgender di San Francisco, Gendernauts. A Journey Through Shifting Identities.


La regista Monika Treut

Da Gendernauts a Genderation

Nel 1999, Gendernauts ha rotto ogni schema esplorando, per una delle prime volte sullo schermo, il fenomeno della fluidità di genere dall’interno, incrociando da vicino le vite degli attivisti trans di San Francisco, all’epoca cuore pulsante del movimento Lgbtq+. Oggi, Monika Treut è tornata a incontrare quella stessa generazione di persone trans, per capire come le loro vite e le loro identità si siano evolute all’interno di una società, e di una città, profondamente mutate. «È stato un progetto dettato dal cuore – ci racconta Monika Treut –. Sono sempre rimasta in contatto con i protagonisti del primo documentario, ed ero curiosa di passare del tempo con loro per capire cosa vuol dire invecchiare per una persona trans, in particolare negli Stati Uniti, dove gli anni di presidenza di Donald Trump hanno costituito per la comunità Lgtbq+ una vera e propria minaccia».


Uno dei protagonisti in Gendernauts. A Journey Through Shifting Identities (1999)

L’intento è anche quello, in un’epoca in cui «fortunatamente», spiega, la rappresentazione della comunità Lgbtq+ si è ormai affermata, di dare voce a una generazione ormai anziana del movimento rimasta all’ombra dei riflettori. Con Genderation Treut vuole ritagliare uno spazio per questi pionieri del movimento, che hanno ancora tanto da offrire: «La nostra società, almeno quella occidentale, ha fatto enormi progressi, senza dubbio. È molto più informata e aperta di quella degli anni Novanta, per la quale Gendernauts fu quasi un film educativo, un mezzo per aprire gli occhi su intero fenomeno di cui ignorava totalmente l’esistenza, ma questo non vuol dire che non ci sia ancora da imparare. Il mio obiettivo era proprio non dimenticare le loro esperienze di vita, che possono essere un esempio per le giovani generazioni trans, mostrare cosa vuol dire invecchiare quando hai fatto i conti con la tua identità». Per i protagonisti del documentario, il problema della transizione di genere è ormai un ricordo del passato: hanno accettato, ed è stata accettata dalla società, la loro identità. Senza però smettere di interrogarsi.

Alcune delle protagoniste in Genderation (2021)

Il lavoro di Treut va oltre la riflessione sull’identità di genere, la fluidità, il non binarismo. Nell’indagare l’evoluzione del movimento Lgbtq+ e dei suoi attivisti, infatti, emergono nuovi problemi, su cui la regista si sofferma con attenzione, vedendovi una sorta di premonizione per il futuro delle città europee. Uno su tutti, la gentrificazione e l’imporsi della mentalità della Silicon Valley, che hanno affievolito l’anima arcobaleno di San Francisco, i cui costi sono diventati insostenibili per la maggior parte delle persone. «Dicono che quello che succede negli Usa, poi si presenta in Europa 10 anni dopo. E quello che vediamo accadere a San Francisco, o a New York, deve essere un monito a prepararci a sfide future», spiega Treut.

«Solo tre dei protagonisti del documentario vivono ancora a San Francisco, gli altri sono stati costretti a lasciare la città. E questo è molto triste, perché negli anni Ottanta e Novanta San Francisco era la casa della comunità queer, sembrava quasi il paradiso». Ma, ci tiene a specificare Treut, il messaggio che vuole trasmettere non è solo di melanconia, nostalgia per una realtà ormai scomparsa: «C’è anche un messaggio di speranza. Queste persone, nonostante siano anziane (alcune di loro hanno più di 80 anni, ndr), hanno ancora l’energia necessaria per lottare per i loro diritti».

Il Sicilia Queer Filmfest

Il film di Treut è presentato fuori concorso al Sicilia Queer Filmfest, giunto alla sua dodicesima edizione. Un festival che porta in presenza nella capitale siciliana il vasto panorama internazionale del cinema queer, dove la definizione di «queer» non si riferisce esclusivamente alla rappresentazione della comunità Lgbtq+, ma a un approccio innovativo all’aspetto più formale e tecnico del cinema. Più di 60 i film proiettati sugli schermi sparsi per la città, molti dei quali in anteprima o provenienti dalle ultime edizioni dei più prestigiosi festival del cinema, da Berlino a Cannes.

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