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Stato d’emergenza siccità, un decreto per luglio con il rischio razionamento notturno: «Siamo ricchi d’acqua ma la sprechiamo»

Il governo pronto a varare una cabina di regia con i governatori. Cresce lo stop all’acqua nei comuni. La sospensione in ballo per il prossimo mese

Uno stato d’emergenza per la siccità che sta colpendo l’Italia. Il governo Draghi e la Protezione Civile lavorano per vararlo con un decreto che entrerà in vigore probabilmente a luglio. Le prime quattro regioni pronte ad accedere sono Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Umbria. Ma ci sono anche Veneto e Lazio. Dove il governatore Nicola Zingaretti ha dichiarato ieri quello di calamità. Intanto cresce lo stop all’uso dell’acqua nei comuni italiani. In Piemonte 250 municipi hanno emanato ordinanze per limitarlo. L’idea è quella di varare con un decreto del consiglio dei ministri lo stato d’emergenza e creare una cabina di regia con i governatori delle regioni interessate. Per definire i criteri e gli interventi da adottare. Intanto già da domani sette città avranno il bollino rosso. Ovvero avranno temperature così alte da mettere a rischio la popolazione.


27 centri urbani in difficoltà

Le previsioni dicono che le prossime due settimane saranno da record per il caldo. Il bollettino delle ondate di calore del ministero della Salute segnala 27 centri urbani in difficoltà. Domani il massimo livello di rischio caldo è previsto a Bologna, Bolzano, Campobasso, Firenze, Perugia, Pescara e Rieti. Oltre ai bollini rossi, aumentano anche quelli arancioni (rischio salute per i più fragili): venerdì saranno nove. Intanto la Conferenza delle Regioni ha incontrato il capo della protezione civile Fabrizio Curcio, per definire i dettagli operativi. «Stiamo ragionando sui parametri tecnici per andare incontro alle richieste – ha detto Curcio, al termine dell’incontro – ricordiamoci che lo stato d’emergenza serve a fare delle cose. Si sta lavorando per definire quali sono le attività che seguono allo stato di emergenza, che non è un’idea, ma consiste in una serie di azioni che vanno fatte. Ci stiamo lavorando».


Alcuni dei primi provvedimenti, spiega oggi La Nazione, potrebbero arrivare già nel decreto aiuti-bis che sarà pronto entro la prossima settimana. Due sono i fronti. Il primo è la garanzia dell’irrigazione e dell’idropotabile. Ovvero l’acqua che arriva nei rubinetti e quella per l’agricoltura. Dall’altra mettere in cantiere una serie di iniziative strutturali che risolvano il problema dell’approvvigionamento. Tra gli interventi in cantiere il più probabile è il razionamento dell’acqua con uno stop nelle ore notturne. I cittadini avrebbero il divieto – oppure potrebbe essere varata una vera e propria sospensione – di utilizzare l’acqua da mezzanotte alle 6 del mattino o a partire dalle ore 22. In gioco c’è anche la possibilità di fermare le fontane, le piscine e tutte le risorse idriche non strettamente necessarie. Così come potrebbe arrivare lo stop totale all’industria idroelettrica (ne sono già state chiuse sette).

Le autobotti e i risarcimenti

Con lo stato d’emergenza arriverebbero anche risorse speciali. Come quelle per il trasporto dell’acqua nelle autobotti. Ci sono poi da varare i risarcimenti. Gli indennizzi dovrebbero scattare quando si potrà dimostrare un danno sul 30% del fatturato. Intanto il ministro delle politiche agricole Stefano Patuanelli ha auspicato un percorso che vada verso l’obbligo assicurativo per il settore agricolo, anche perché, secondo le prime stime delle associazioni di categoria, le perdite economiche saranno ingenti e finiranno inevitabilmente per riflettersi sui prezzi sugli scaffali dei supermercati. Nel medio-lungo periodo si lavorerà invece a interventi per risolvere la carestia strutturale. Come una rete capillare di invasi per raccogliere l’acqua piovana. Forse attingendo ai fondi del Pnrr.

Intanto nel bacino del Po la situazione si aggrava. Nel bacino del Po, intanto, ogni giorno che passa senza precipitazioni significative, aggrava i problemi. Meuccio Berselli, segretario generale dell’autorità di bacino, ha spiegato che negli ultimi 6-8 mesi la neve dell’inverno ha raggiunto un picco del meno 60-70%, influendo negativamente sul riempimento dei grandi laghi, perché non piove da 120 giorni e perché le temperature sono più alte di 3-4 gradi rispetto alla media del periodo. Adesso per l’Autorità è necessario che nella zona del Delta ci sia una portata minima garantita, sia per contrastare la risalita del cuneo salino, nemico principale dell’irrigazione dei campi, sia per garantire l’acqua a circa 7-800 mila persone che abitano in quell’area e che si servono degli impianti di potabilizzazione.

Lo stato di calamità nel Lazio

Ieri intanto il Lazio ha dichiarato lo stato di calamità per l’intero territorio e fino alla data del 30 novembre 2022 a causa della «grave crisi idrica determinatasi per l’assenza di precipitazioni meteorologiche ed in conseguenza della generalizzata difficoltà di approvvigionamento idrico da parte dei Comuni». Nel decreto, il governatore ha ribadito che «per la gestione dell’emergenza idrica e per il sostegno alle popolazioni e alle attività produttive sono indispensabili misure di natura straordinaria ed emergenziale».

Per questo Zingaretti chiederà alla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Protezione Civile, «di valutare la dichiarazione dello Stato di emergenza, ai sensi dell’articolo 24, comma 1, del decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1, sulla base della evoluzione degli scenari di severità idrica in corso, provvedendo alla successiva trasmissione dei dati e del quadro dei fabbisogni per la verifica della sussistenza dei requisiti e dei presupposti al fine di fronteggiare adeguatamente la situazione emergenziale».

L’Italia ricca d’acqua

Erasmo D’Angelis, segretario generale dell’Autorità di bacino dell’Italia centrale, in un’intervista rilasciata a Pino Di Blasio per QN, spiega che «l’Italia deve decidere: le infrastrutture d’acqua devono avere la stessa importanza strategica di autostrade, ferrovie e vie digitali. C’è una sottovalutazione impressionante, l’acqua è un bene pubblico ma non rientra nei finanziamenti pubblici da oltre 30 anni. Sui 200 miliardi di investimenti del Pnrr all’acqua è destinato tra l’1 e il 2% della torta». Un paradosso, perché «siamo il Paese più ricco d’acqua d’Europa. Sull’Italia piovono 302 miliardi di metri cubi di acqua in media all’anno, più che in Gran Bretagna o in Francia. A Roma piovono 800 millimetri all’anno, a Londra 760 millimetri. Abbiamo 1.053 grandi falde montane, 7.494 corsi d’acqua con 1.242 fiumi a carattere torrentizio. Più 347 laghi e 526 dighe. Il problema è che stocchiamo meno acqua rispetto agli anni ’70. Cinquant’anni fa riuscivamo a immagazzinarne 9 miliardi di metri cubi in più».

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