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Uber files, così l’azienda cercò l’aggancio con il Cremlino: svelati gli accordi con oligarchi e lobbisti russi

Il colosso Usa si rivolse a Senin, attuale membro della Duma, e a diversi magnati, tra cui Abramovich e Usmanov

Nella maxi inchiesta che ha travolto Uber, spicca anche il nome di un politico con stretti legami con alcuni oligarchi russi. Tra il 2015 e il 2016 l’azienda ha tentato di avvicinarsi a magnati nella cerchia del presidente Vladimir Putin affinché diventassero «alleati strategici» e sostenessero politicamente Uber. In cambio agli oligarchi venivano offerte azioni nella società della Silicon Valley.


800mila dollari per cambiare le leggi sui taxi

Nel 2016 Uber si rivolse a Vladimir Senin, importante lobbista e attuale membro della Duma, violando così le leggi anticorruzione degli Stati Uniti. Secondo quanto emerge dalla fuga di notizie degli Uber files, a un certo punto il colosso Usa però iniziò a considerare il rapporto di lobbying in Russia troppo rischioso e costoso. Senin aveva infatti chiesto 800.000 dollari per influenzare i funzionari del governo affinché intervenissero sulla legislazione dei taxi. «Troppi soldi», aveva commentato un alto dirigente di Uber. Nonostante questo l’accordo venne concluso per 650.000 dollari. Le leggi vennero così modificate.


Gli altri oligarchi e il ritiro di Uber

Prima di Senin, Uber si era rivolta anche al noto oligarca Roman Abramovich. Tra gli accordi andati a buon fine spiccano anche quelli con i miliardari Alisher Usmanov, Mikhail Fridman, Petr Aven e Herman Gref, quest’ultimo amministratore delegato di Sberbank, la più grande banca russa. Tutte queste figure sono state poi sanzionate dall’Unione Europea a seguito della guerra in Ucraina scoppiata il 24 febbraio. Il portavoce di Uber ha riferito al Guardian che l’azienda ha rinunciato «a qualsiasi precedente relazione con chiunque sia collegato al regime di Putin». L’azienda si è ritirata da Mosca nel 2017.

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