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Via il nome di Giovanni Falcone dall’insegna della pizzeria: i giudici tedeschi condannano un pizzaiolo di Francoforte

La Corte d’appello tedesca ha ribaltato la sentenza di primo grado, accogliendo il ricorso della sorella del giudice ucciso dalla mafia

Aveva appeso sui muri della sua pizzeria di Francoforte la celebre foto scattata da Tony Gentile che ritrae i due giudici assassinati 30 anni fa dalla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Poco lontano, il poster di Marlon Brando nei panni di Vito Corleone dal film Il Padrino. E fuori l’insegna con il nome del locale intitolato ai due magistrati che recitava Falcone e Borsellino. Ora il ristoratore Constantin Ulbrich dovrà effettuare qualche modifica alla sua pizzeria, altrimenti rischia una multa fino a 250 mila euro o una condanna fino a sei mesi di reclusione. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Francoforte, che ha ribaltato la sentenza di primo grado accogliendo il ricorso presentato a fine 2020 da Maria Falcone, sorella del giudice e presidente della Fondazione che aveva fatto ricorso per inibire al commerciante l’uso del nome di Falcone.


In primo grado l’istanza venne stata respinta. Per il Tribunale tedesco, infatti, «Falcone ha operato principalmente in Italia» e per questo motivo in Germania sarebbe «noto solo a una cerchia ristretta di addetti ai lavori e non alla gente comune che frequenta la pizzeria». Inoltre, essendo passati 30 anni dalla morte del giudice, il tema della lotta alla mafia non è poi così sentito tra i cittadini.


«Ristabilito il senso del rispetto»

Nella sentenza depositata qualche giorno fa, invece, la corte ha di fatto disposto il divieto dell’utilizzo «della denominazione commerciale “Falcone” da sola o come parte di una denominazione commerciale», portando ad esempio proprio la pizzeria “Falcone e Borsellino” di Ulbrich. Per Maria Falcone, questa sentenza «ristabilisce il senso del rispetto», in quanto «Ci sono nomi e argomenti sui quali non è possibile ironizzare, scherzare e tantomeno speculare a fini commerciali». Inoltre, la corte ha riconosciuto che la sorella del magistrato abbia una legittima pretesa al diritto alla richiesta di risarcimento in base al diritto al nome e al diritto alla personalità post mortem.

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