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Alessia Pifferi: madre criminale o vittima della società? Alle origini di una “maternità mostruosa”

La psicanalista Laura Pigozzi ipotizza che dietro il gesto compiuto dalla 37enne che ha lasciato la figlia da sola per giorni procurandole la morte ci sia un grande vuoto familiare. Per la scrittrice Romana Petri si tratta di una “maternità mostruosa”

«Chi voleva uccidere Alessia Pifferi lasciando morire sua figlia? Probabilmente una parte di sé». Così la psicanalista Laura Pigozzi inizia a tratteggiare a Open i contorni della 37enne di Milano che ha ucciso la figlia Diana lasciandola volontariamente sola in casa per 6 giorni. «Sapevo che poteva andare così», ha detto la donna al pm Francesco De Tommasi durante il primo interrogatorio. Una frase che lascia spazio a molti interrogativi. Il primo: la modalità scelta. «È stata un’esecuzione senza sporcarsi le mani. Ha ucciso la figlia in modo feroce: lasciandola morire di stenti con coscienza», dice la scrittrice Romana Petri, che ha pubblicato da poco Mostruosa maternità (Perrone Editore), un libro che indaga il sentimento che lega madre e figli attraverso l’analisi dei principali casi di infanticidio dal Medioevo a oggi. Questo elemento, secondo Petri, rende Pifferi una «lucida e perfetta criminale».


Un’opzione che però non convince la psicanalista Pigozzi, autrice di numerosi saggi sulla genitorialità. «Non uccidendola direttamente – spiega a Open -, questa madre probabilmente voleva dare una possibilità alla sua bambina. Sapeva che poteva accadere, è vero, ma forse pensava che avrebbe potuto anche salvarsi, ipotesi confermata dal fatto che già altre volte l’aveva abbandonata senza provocarne la morte». La donna infatti ha ammesso di aver lasciato la piccola Diana incustodita già in altre due occasioni per un weekend, e con la stessa “scenografia”: la bimba pulita nel lettino con un biberon di latte accanto. Questa volta però la bambina è rimasta incustodita per un tempo in cui era certo che morisse, mentre lei trascorreva le giornate – sei in tutto – con il compagno, al quale aveva detto che la piccola era con la sorella al mare. Solo l’ultima delle bugie di una donna che più volte si è raccontata come non era.


Cosa c’è dietro l’aver finto di essere psicologa infantile?

Un commerciante ha riferito che Alessia in precedenza aveva detto di essere una «psicologa infantile che sapeva farci con i bambini». Non una semplice bugia, secondo la psicanalista Pigozzi, ma un elemento altamente rappresentativo. «Probabilmente un’etichetta, che soddisfa due necessità: da un lato, la necessità di credibilità sociale che potrebbe legarsi anche al motivo per cui non ha abortito quando ha scoperto di essere incinta; dall’altro, il bisogno di rimettere a posto, nella sua testa, una storia che lei stessa non ha capito: quella della sua infanzia», ipotizza. Si potrebbe quindi trattare di una donna con un grande vuoto che doveva colmare e risolvere. «Un buco da tappare», spiega Pigozzi. «La bambina lasciata nelle condizioni di morire significa far morire anche una parte di sé: quella di madre».

«Una maternità mostruosa»

«Non ha sentito il bisogno di mettersi a posto la coscienza e questo, oltre a rendere quanto accaduto una storia di criminalità, lo ascrive a una forma di maternità mostruosa, una maternità non materna». Esiste, secondo la scrittrice, un sentimento naturale che lega madre e figlio/a e che può nascere prima, durante o dopo la gravidanza. Un sentimento che dona una forte energia a chi desidera avere figli, ma che sa anche togliere tutte le forze a chi non li vuole e si trova ad averli. «Quando racconto sui social di storie di madri, mi ritrovo tantissime donne che hanno procreato senza volerlo veramente trovandosi la vita rovinata», racconta a Open la scrittrice. Nel caso di Alessia Pifferi, non si sa se la donna volesse o meno quel figlio, ma più volte ha riferito di come non si fosse accorta di essere incinta fino a poche settimane prima del parto.

Una storia di incuria familiare a monte?

«Un elemento ricorrente in questa tipologia di casi – spiega la psicanalista – è il misconoscimento del desiderio di non essere madre. Avere figli significa essere donne più accettate socialmente e Alessia Pifferi probabilmente è una donna che è stata “malamata” e misconosciuta e pensava di acquisire una certa rispettabilità con una bambina, che però forse non ha mai desiderato». Sull’ipotesi della presenza di un‘incuria familiare a monte concorda anche la scrittrice Petri: «Mi viene da dire che forse nell’infanzia di questa donna ci siano stati pochi abbracci e mancata dedizione. Tutti i nostri problemi nascono dal disamore».

Il rapporto con la madre

Ancora non si conosce la natura del rapporto tra la donna e i suoi genitori, così come l’identità del padre della bambina. Ma tra i tanti elementi emersi in queste ore, a colpire Pigozzi ce ne è uno in particolare: Alessia Pifferi aveva finto che la madre fosse morta di Covid. Un elemento molto rilevante, secondo la terapeuta, che segnala come la presenza della morte fosse già presente nell’aria: «Nel rapporto tra le generazioni di quella famiglia sembra esserci qualcosa di mortifero che la donna ha messo in campo. Un elemento che andrebbe collegato con la morte della figlia». Difficile per la psicoterapeuta racchiudere tutto questo nell’etichetta di “criminale”: Alessia Pifferi, spiega, è innanzitutto «vittima ingenua della società, di sé stessa e del suo passato».

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