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La dem Michela Di Biase dice basta: «Ingiusto eclissare la mia attività politica chiamandomi “Lady Franceschini”. Sono stata votata, non nominata»

«Descrivermi come “la moglie di” è frutto di una cultura maschilista che vuole raccontare le donne non attraverso il loro lavoro, la loro storia, ma attraverso l’uomo che hanno accanto», spiega la consigliera regionale nel Lazio per il Partito Democratico

Dopo lo sfogo di Elisabetta Piccolotti, coordinatrice della segreteria nazionale di Sinistra Italiana, dopo giorni di illazioni, infondate, di essere una delle candidate nei collegi blindati del fronte rosso-ecologista solo perché moglie del segretario Nicola Fratoianni, anche la consigliera regionale nel Lazio per il Partito Democratico, Michela Di Biase, decide di mettere a tacere le dicerie sulla sua attività politica per i dem, spesso associata alla figura del ministro Dario Franceschini, con cui è sposata dal 2014. Di Biase non ci sta e, in un lungo post su Facebook, scrive:


Per molti anni ho scelto di non commentare articoli di giornali e le tante parole spese sul mio conto quando, a ogni passaggio che ha contraddistinto il mio impegno politico, sono stata descritta come “la moglie di” o “Lady Franceschini”. Ora però non posso non farlo, non soltanto perché le reputo profondamente ingiuste, ma perché proprio contro questo atteggiamento misogino e maschilista ho sempre lavorato, nelle istituzioni con atti a sostegno delle donne e contro la discriminazione delle nostre ragazze in ogni campo.


Di Biase, infatti, da oltre 16 anni rappresenta il Partito Democratico nel mondo istituzionale, ben prima di diventare prima compagna e poi moglie del ministro della Cultura.

Non lo conoscevo ancora quando per la prima volta mi sono candidata nel mio Municipio, a 26 anni, unendo all’impegno politico, l’università e il lavoro. Sono stata consigliera municipale per due mandati, prima degli eletti e sono stata la prima capogruppo donna dei miei quartieri: Alessandrino, Centocelle, Tor Sapienza, Quarticciolo, La Rustica. Sono stata poi eletta in consiglio comunale a Roma, sempre chiedendo alle persone di scrivere il mio nome sulla scheda elettorale.

E l’esponente dem tiene il punto:

Ora, descrivermi come “la moglie di” è in primo luogo ingiusto e, cosa molto più grave, è frutto di una cultura maschilista che vuole raccontare le donne non attraverso il loro lavoro, la loro storia, ma attraverso l’uomo (marito, padre, fratello) che hanno accanto. E riguardo alla sua presenza nel ventaglio dei nomi per le candidature alle elezioni del 25 settembre, la consigliera dem sottolinea che il suo nome è stato indicato «sia dal Pd romano sia regionale», ossia «dalla comunità che ha riconosciuto il mio lavoro e il mio impegno di questi anni.

E Di Biase, infine, conclude:

Nel 2016, dopo aver ricoperto il ruolo di presidente della commissione Cultura, sono stata la prima degli eletti e sono diventata capogruppo del Partito Democratico nell’assemblea capitolina mentre era sindaca Virginia Raggi. Da lì, sono stata eletta in Regione Lazio dove sono stata la seconda consigliera più votata. Nominata? No, votata. Ho sempre chiesto la fiducia dei cittadini, che hanno scritto anche in quella circostanza circa 15.000 volte Di Biase sulla scheda.

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