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Martina Gatti, da Skam a Venezia: «Abel Ferrara è un vulcano. Per crescere come attori? Bisogna saper vivere con poco e sopravvivere ai no» – L’intervista

L’attrice romana, classe ’96, nel cast di Padre Pio, la nuova opera del regista americano presentata alle Giornate degli Autori di Venezia

Martina Gatti, classe ’96, romana, vede la recitazione come una grande occasione. È diventata un’attrice per caso, ma da allora ha sempre provato a non tirarsi indietro. In Padre Pio, il film di Abel Ferrara presentato alle Giornate degli Autori di Venezia, ha imparato a convivere con le proprie paure e ad aprirsi agli altri. Quando ne parla, non nasconde la sua emozione: «è stata un’esperienza incredibile. Attorno a Shia LaBeouf, che interpreta Padre Pio, c’era questo alone di sacralità che contagiava tutti. E poi la presenza di Abel: pura energia. Insieme creavano qualcosa di nuovo, qualcosa di veramente potente». Gatti ha recitato in serie come Skam e Bangla, e ha preso parte a Mollami di Matteo Gentiloni. In Padre Pio interpreta Anna. Sul set, dice, c’era un clima unico. «Ho legato molto con alcuni attori e con l’aiuto regia di Abel, Giulio Donato. Con Shia, invece, è stato più difficile».


Perché?
«Ho girato solo una scena con lui, e avevo paura di distrarlo. Non sapevo come comportarmi. Ci siamo fatti un inchino da lontano, prima di iniziare a girare, e basta. Nient’altro. Alla conferenza stampa abbiamo parlato e chiacchierato un po’…».


Come si trova un equilibrio sul set?
«Il rapporto più bello e difficile da instaurare è quello con il regista; in questo caso, con Abel Ferrara. Lui è un vulcano: urla, si muove, ti spiega quello che devi fare; ci tiene con tutto sé stesso. Con gli attori è sempre molto disponibile. Il primo giorno mi ha detto di tranquillizzarmi, di vivere la scena come volevo: senza forzare, senza impormi niente».

Alla fine dell’esperienza che cosa resta?
«Quando finisco un lavoro come questo, quando per me tutto quello che conta è l’arte, mi sento triste. Avrei pagato per fare parte di questo progetto. Mi sento soddisfatta, certo, e anche orgogliosa di me. Ma nel senso di conclusione trovo tanta malinconia. Vorrei tornare lì e rifare tutto da capo!».

Che cosa lasciano i personaggi che si interpretano?
«Per me è piuttosto il contrario: sei tu che, in qualche modo, entri nel personaggio e gli lasci qualcosa di te, di personale. Solo alla fine impari qualcosa su te stesso e ti vedi in un modo diverso. Più consapevole».

Ha detto di essere diventata un’attrice per caso.
«È stato il mio primo agente a notarmi. Ha visto delle mie foto su un giornale e mi ha contattata. Io avevo appena finito il liceo, non sapevo minimamente che cosa aspettarmi».

È stato difficile abituarsi a questi ritmi e a questa pressione?
«All’inizio devi imparare a convivere con la macchina, a capire come muoverti e posizionarti; ti senti sola e spaventata, ma piano piano, con le prime esperienze, cominci a trovare la tua dimensione. Aggiungi via via delle cose. Impari come gestire la tua paura e la tua ansia».

Che cosa cerca in un nuovo progetto?
«La scrittura. la buona scrittura. Ed è un elemento su cui, in Italia, dobbiamo ancora lavorare. In questo senso, come esempio positivo, ricordo l’esperienza sul set di Skam: c’era un linguaggio naturale, fresco, ed eravamo noi attori a intervenire direttamente sulle nostre battute».

Qual è secondo lei la cosa più importante in un set?
«Avere anche la possibilità di divertirsi e appassionarsi a una storia. Se riesci a vedere e a riconoscere il personaggio che devi interpretare, sei a buon punto. E in qualche modo ti appartiene già».

Quante cose si imparano dai no che si ricevono?
«Prima di tutto: se non sai sopravvivere ai no, non puoi fare questo mestiere. Nel 2020 non ho lavorato perché mi sono laureata. Ma ho sofferto tantissimo. I no ti condizionano, ti mettono in discussione; devi credere in te stesso se vuoi recitare. Devi inglobare i no perché sono delle lezioni. I sì, invece, sono degli abbracci. Sono dei piccoli slanci in avanti che non ti fanno cedere».

In che cosa si è laureata?
«Ho studiato a Perugia, e ho fatto un’interclasse di Psicologia e Filosofia».

Quello dell’attore è un lavoro precario.
«Ed è una cosa che spaventa moltissimo. Spaventa soprattutto non sapere come sarà il futuro. Per prendere la casa in cui ora vivo ho dovuto cercare molto: nessuno si fidava ad affittarmela. Perché, appunto, non c’erano molte garanzie. Vedo tantissimi colleghi, soprattutto esordienti, che per questo si buttano giù».

Serve trovare una dimensione precisa.
«Io sono fortunata, lo so. Mi sono lasciata guidare dagli eventi. Ci sono altre persone che studiano tantissimo e che, almeno all’inizio, non ce la fanno; e allora cominciano a ricredersi. Io non mi sono fermata. Continuo a voler fare questo lavoro e a crederci. Non mi servono tanti soldi per vivere; preferisco fare piccole cose, cose belle e artistiche, ed essere più tranquilla. Me lo sento. Non so come dire: me lo sento dentro. Forse mi sto montando la testa. Forse esagero. Ma per me va bene così».

Prima ha citato Skam. Secondo lei, quella serie – che parla di giovani, e che non si affida ai luoghi comuni – resta un’eccezione in Italia?
«Voglio essere fiduciosa. Ultimamente ho letto dei progetti molto belli, scritti magnificamente. Sono curiosa di vedere Prisma di Ludovica Bessegato, che arriverà tra poco su Prime Video. E voglio recuperare Bang Bang Baby. La mia generazione sa che la scrittura è importante, e qualcosa, secondo me, sta cambiando».

È il sistema che non fa più resistenza?
«La resistenza c’è perché il pubblico spesso non vuole cambiare. Vengono prodotti film e serie che gli spettatori vogliono vedere. Si è creato un circolo vizioso, e si prova sempre ad accontentare il pubblico».

Per un attore, adesso, conviene lavorare sul grande o sul piccolo schermo?
«In televisione, decisamente. Perché ha più offerta. Un attore punta al cinema, con la speranza di vedere le sale riempirsi di nuovo. Ma le possibilità che dà la televisione sono decisamente più numerose».

Qual è l’aspetto che preferisce del suo mestiere?
«La bolla del set. Infatti amo girare lontano da casa, perché si crea un altro mondo. Adoro conoscere le persone, parlare con loro, aprirmi e ascoltarle».

E quanto spazio rimane per la paura?
«Tantissimo. L’avverti ogni minuto, ogni istante. Sul set di Padre Pio ero terrorizzata. Ma è sempre così: quando giri devi fare in modo di gestire la tua ansia, concentrarti su te stessa; poi, appena stacchi, ti rilassi e parli con gli altri».

Recitare non significa essere soli?
«Per me no; per me è più bello se c’è uno scambio con gli altri. In ogni progetto puoi trovare persone che ti somigliano, con cui creare un rapporto genuino e sincero. E quando qualcuno ti confida i suoi segreti, è bellissimo».

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