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Spazi insufficienti e carichi di lavoro «massacranti»: l’interruzione di gravidanza negli ospedali del Lazio

L’assessore alla sanità regionale D’Amato: «Voglio una ricognizione per capire cosa succede»

Nel Lazio chi ha voluto o dovuto interrompere la gravidanza non potrebbe ricevere assistenza adeguata. È la denuncia di Repubblica, che punta la lente sui carichi di lavoro «massacranti» a cui sarebbero sottoposti ginecologi, ostetrici e anestesisti negli ospedali della Regione. A cui si unisce la lamentata mancanza di organizzazione all’interno degli ospedali romani, e quella di personale formato per offrire supporto psicologico a chi deve affrontare l’operazione. Ad essere raccontato è l’emblematico caso di Giulia, costretta dopo un aborto spontaneo a condividere la stanza con donne che stavano partorendo. Un trauma che secondo Silvana Agatone, ginecologa e presidente della storica associazione Laiga 194, origina nella mancanza di spazi. «Le donne che devono sottoporsi a un aborto vengono sistemate dove capita», commenta. Questo a suo dire accade anche perché «il personale che dovrebbe occuparsene è carico di lavoro, massacrato da orari che vanno anche al di là dei turni». Un problema pratico a cui si affiancherebbero ostacoli ideologici. L’Italia presenta una media del 64.6% di ginecologi e ginecologhe ospedaliere obiettori di coscienza, secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute. Solitamente il percorso riservato alle interruzioni volontarie di gravidanza è più tutelato, ma «il rischio è di trovarsi con medici e ostetriche obiettori che tendono a colpevolizzare la donna o comunque ad avere atteggiamenti di sufficienza e noncuranza», puntualizza Agatone.


I reparti

Secondo Elisabetta Canitano, ginecologa dell’associazione Vitadidonna, la Regione Lazio «dovrebbe aprire un’inchiesta interna per capire se i reparti di ostetricia hanno gli spazi per tenere separate le donne che abortiscono da quelle che partoriscono e se il personale ha la formazione adatta ad accogliere i sentimenti delle donne che hanno gestazioni fallimentari». L’assessore alla Sanità regionale Alessio D’Amato, interpellato da Repubblica, ha promesso: «Da lunedì ho intenzione di disporre una ricognizione per capire come gli ospedali gestiscono queste situazioni a livello di organizzazione degli spazi e dell’assistenza offerta. Una cosa è certa, ci vuole più umanità e sulla salute di genere abbiamo intrapreso un percorso importante e indietro, sui diritti, non si può tornare».


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