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Ginnastica, la madre di una 13enne sugli abusi dell’allenatrice: «Umiliata e mortificata in pubblico: si è ripresa dopo un anno»

L’istruttrice avrebbe apostrofato diverse giovani atlete «con epiteti come “ippopotamo”, “vitello tonnato”, “cinghiale»

Il vaso di Pandora della ginnastica italiana si è aperto. Dopo le dichiarazioni di due ex Farfalle della Nazionale femminile di ginnastica ritmica, si sono susseguite altre denunce pubbliche sugli abusi a cui sarebbero sottoposte le giovani atlete. Oggi 1 novembre è stata divulgata quella della madre di una ginnasta di appena 13 anni. «Mia figlia ha sperimentato l’abuso emotivo, il bullismo e l’isolamento da parte della sua istruttrice. Umiliazioni e mortificazioni pubbliche, di fronte alle compagne, allo scopo di demolirne l’autostima, a tal punto da farla smettere». Nella lettera che la madre della ragazza affida a Change the game – un’organizzazione di volontariato impegnata a proteggere atlete e atleti da violenze e abusi sessuali, emotivi e fisici -, si legge: «Mai avrei immaginato che chi insegna lo sport potesse abusare del suo ruolo. Lo sport dovrebbe formare il carattere, non distruggerlo». La donna sarebbe stata la prima a rivolgersi alla Federazione italiana di ginnastica per denunciare gli abusi dell’istruttrice. Dopo il suo esposto, l’allenatrice di sua figlia è stata sospesa per 45 giorni. Insieme ad altre madri, poi, si è rivolta al safeguarding office della commissione etica della Federazione, «ma ancora siamo in attesa di sviluppi».


«Leggo con sgomento le denunce che in questi giorni si stanno susseguendo legate al mondo della ginnastica ritmica e artistica – prosegue nella lettera -. Ragazze che hanno deciso di aprirsi e parlare, raccontando la loro storia. Una storia comune ad altre bambine». Riguardo al caso specifico di sua figlia, la donna scrive che ci sarebbe stato «un cambio di atteggiamento repentino e traumatizzante da parte dell’allenatrice, che è passata dall’incoraggiare la figlia al dileggiarla, schernirla ed isolarla». I comportamenti dell’istruttrice non sarebbero stati sporadici «e coinvolgevano anche altre ragazzine, apostrofate con epiteti come “ippopotamo“, “vitello tonnato“, “cinghiale“. Questa istruttrice, con mia figlia presente, chiedeva alla sua amica del cuore di non frequentarla, altrimenti avrebbe fatto la stessa fine, cioè quella di dover abbandonare la ginnastica. C’è voluto un anno per recuperare la serenità emotiva di mia figlia». La giovane atleta, dopo mesi complicati, è tornata ad allenarsi. La società sportiva che frequenta oggi è descritta «rara isola felice». La madre conclude la lettera sottolineando che, finalmente, sua figlia adesso «sa che lo sport non è fatto solo di fatiche e sacrifici ma anche e soprattutto di gioia e amore».


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