Assegno unico, Roccella: «L’obiettivo è sganciarlo dall’Isee. L’adeguamento all’inflazione scatterà il 1 marzo»

I dati sulla natalità mostrano un trend in costante calo che, se non interrotto, farà incorrere il Paese in una trappola demografica

L’assegno unico per i figli a carico, secondo la ministra per le pari opportunità e la famiglia Eugenia Roccella, non deve dipendere dall’Isee. Almeno, questo è l’obiettivo «di ampia portata»: fare diventare l’assegno «uno strumento davvero universalistico», ha dichiarato in un’intervista al Messaggero. Pur definendo la misura «un’innovazione positiva», infatti, ne mette in luce i «diversi effetti»: «Per esempio penalizza proprio le famiglie numerose, e non a caso le domande sono state meno del previsto. Stando all’Inps anche nella parte finale dell’anno la situazione non cambia». Criticità che il governo sta cercando di rivedere: «Nella manovra abbiamo dato un primo segnale. La strada è intrapresa e abbiamo già avviato il lavoro per correggere strutturalmente ciò che non va», promette. Riguardo all’obiettivo di un incremento generalizzato pari al 50%, tuttavia, «è impossibile dare una tempistica visti i fattori internazionali che sfuggono al nostro controllo». «Stiamo attraversando una delle peggiori crisi dal dopoguerra – spiega – e la prima cosa che abbiamo dovuto fare per le famiglie è stato aiutarle a fronteggiare il caro bollette. Sull’assegno unico, oltre agli incrementi già previsti, vorremmo dare se possibile fin da subito un ulteriore segnale di attenzione alle famiglie numerose, quelle con quattro figli e più, cosa che ovviamente dipenderà dalle verifiche di bilancio in Parlamento». Una data più precisa, tuttavia, è immaginabile per l’adeguamento dell’assegno all’inflazione (che dovrebbe essere dell’ordine dell’8%): Roccella afferma che «l’adeguamento è automatico e già finanziato, e scatterà il primo marzo di ogni anno. E ogni anno l’erogazione dell’assegno sarà rinnovata senza bisogno di fare alcunché».


Il tema della natalità

La ministra si esprime anche sul tema della natalità, ribadendo il «programma politico» del suo dicastero: «Secondo le indagini la maggioranza delle donne desidera due figli, ma poi ne fa al massimo uno, spesso nessuno». A suo avviso le motivazioni non sarebbero solo economiche, ma anche culturali: «C’è un clima sempre meno favorevole alla genitorialità e si è persa l’idea del valore sociale della maternità», commenta. La chiosa è allarmista: «Il presidente dell’Istat ci ha spiegato che se lasciamo ancora passare il tempo senza interventi decisi la denatalità, e peggio, lo spopolamento, diventeranno un fatto irreversibile». I numeri confermano questi timori. Secondo quanto ricostruito dal Sole 24 Ore, infatti, se il trend delle nascite in Italia non subirà un’inversione di rotta, ci troveremmo a entrare nella seconda metà del secolo con reparti di maternità del tutto vuoti. Ovviamente i meri dati non tengono conto delle più complesse dinamiche reali. Confermano però che il rischio di un processo di declino continuo della natalità ha superato il livello di guardia. A causa di diverse cause strutturali. 30% di Neet (ovvero giovani che non studiano nè lavorano) nella fascia 25-34, bassa occupazione femminile, difficile integrazione degli immigrati e conseguente indebolimento della consistenza della popolazione in età riproduttiva. Tutti fattori che, se non verranno corretti, alimenteranno il rischio di far precipitare il Paese in una trappola demografica.


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