Israele, idranti sui manifestanti davanti alla casa di Netanyahu. Tel Aviv propone un accordo per il cessate il fuoco a Gaza: «Hamas la accetti e sarà fatta»

La bozza messa a punto dai negoziatori israeliani insieme all’Egitto: «Ora i mediatori facciano pressioni sull’altra parte»

Alcuni manifestanti sono riusciti a superare i cordoni di sicurezza posti dalla polizia israeliana davanti alla casa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ad Aza Road, a Gerusalemme. La marcia si è tenuta per chiedere le dimissioni del primo ministro. I manifestanti, tra cui anche diversi parenti degli ostaggi nelle mani di Hamas, sono stati dispersi con l’uso degli idranti. Uno di loro è stato arrestato.


Oggi Israele ha dato il via libera a una nuova proposta di accordo con Hamas per un cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi ancora nelle mani dei terroristi. Lo ha reso noto l’ufficio del premier israeliano, sottolineando come la proposta è stata messa a punto nelle scorse ore «grazie all’efficace mediazione dell’Egitto». Al Cairo era presente infatti negli scorsi giorni una delegazione di negoziatori israeliani, composta da rappresentanti del Mossad, dello Shin Bet e dell’esercito, che hanno lavorato insieme ai mediatori internazionali – Usa, Qatar e soprattutto Egitto, appunto. I negoziati procedono in questa fase «per parti separate». Sarà dunque ora compito dei mediatori sottoporre la proposta d’intesa a Hamas. Fase 2 della trattativa su cui si concentra l’appello del governo israeliano, che terminato il suo compito ha richiamato in patria la delegazione: «Ora attendiamo la risposta di Hamas. Israele si aspetta che i mediatori esercitino maggiori pressioni su Hamas così da far avanzare i negoziati verso un accordo».


Cambio d’approccio?

Toni forse interessati rispetto a una bozza – i cui contenuti non sono al momento noti – verosimilmente aderente agli interessi di Israele (che non vuole ad esempio tra le clausole un impegno a breve termine al ritiro delle sue forze dalla Striscia), ma che segnalano comunque un’apertura non scontata rispetto alla ricerca di una soluzione diplomatica, come gli Usa chiedono ormai da mesi. L’appello di Israele, riferiscono informalmente funzionari di governo al Times of Israel, è rivolto in primis al Qatar, accusato neanche troppo velatamente di non esercitare le pressioni su Hamas cui sarebbe titolato in qualità di «protettore» politico-finanziario del movimento. Si attende ora di capire se questo nuovo tentativo sortirà qualche effetto alla prova del confronto con Hamas, mentre si avvicina il drammatico traguardo dei sei mesi dall’inizio della guerra con le stragi del 7 ottobre. Un appuntamento cui lo Stato ebraico va incontro in una condizione di isolamento internazionale ineguagliato da decenni, aggravato nelle ultime ore dall’uccisione per errore di sette operatori (stranieri) della ong World Central Kitchen impegnati nella distruzione di aiuti umanitari, e in un contesto regionale sempre più esplosivo, dopo il salto di qualità nella guerra a distanza tra Israele e Iran segnato dal raid di ieri sul complesso diplomatico di Teheran a Damasco.

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