Disabilità: la nuova parola per dirlo. Cosa cambierà dal 1 gennaio 2027

Se, camminando per strada, ci capitasse di incontrare qualcuno che non vede, non sente, non cammina o non parla, come definiremmo la sua condizione? Magari, se ce lo chiedesse l’interessato, è molto probabile che gli risponderemmo, con un pizzico d’imbarazzo, «lei è diversamente abile”. mentre è altrettanto probabile che, parlandone con la persona accanto a noi, diremmo senza farci sentire, «è un handicappato», o, se vogliamo darci un tono, «un portatore di handicap». E, legge alla mano, avremmo ragione, oggi. Perché questa definizione è quella che attualmente è corretta secondo la legge vigente.
I cambiamenti previsti
Attenzione, però, dal 1° gennaio 2027 non sarà più così. Quando pensiamo alla “persona handicappata” – come dice l’articolo 3 della legge 104 del 1992, diamo per sottintesa la concezione sanitaria. Stiamo dicendo, in altre parole, che quella persona ha un problema, per il quale vanno trovate soluzioni standard, uguali per tutti quelli che hanno quel tipo di problema. È il tizio che abbiamo incontrato per strada, poverino lui, che è cieco, è sordo, sta su una carrozzina… per aiutarlo basterà adottare le soluzioni che si usano per i ciechi, per i sordi, per quelli che non camminano eccetera. Tanto è vero che, la stessa legge 104 del 1992, distingue l’«handicap» per così dire semplice e quello «in situazione di gravità”.
La parola «disabilità», invece, esprime un altro pensiero, un’altra concezione, che troviamo a fondamento della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con disabilità, adottata a New York il 13 dicembre 2006.
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L’idea della Convenzione, è che la disabilità è l’interazione tra la minorazione che affligge la persona e l’ambiente nel quale quella persona vive.
Per fare un esempio: oggi, salvo casi rarissimi, non è possibile donare la vista a un cieco. È possibile però rendergli la vita più semplice, mettendogli a disposizione le tecnologie, rendendo accessibili, per esempio, i bancomat, creando percorsi tattili eccetera. E si può fare lo stesso per tutte le disabilità.
Questo significa anche che la disabilità è un concetto in evoluzione: la persona non vedente di cui parlavamo prima, oggi, può scrivere anche a chi non conosce il braille, grazie al computer o allo smartphone, con display braille e sintesi vocale, che gli permettono di usare in autonomia la posta elettronica, i social network e i programmi di messaggistica. Una cosa che fino a vent’anni fa non era possibile.
La convenzione Onu
L’Italia ha ratificato la convenzione ONU con la legge 18/2009. Da allora è cominciato un progressivo cambiamento nel linguaggio anche della burocrazia, come mostrano le prime circolari sul tema adottate dall’INPS. Per dodici anni, però, non è stato fatto nulla: le persone che non sentono, non vedono, non camminano, non parlano eccetera, si sono trovate in un limbo: handicappate per la legge, disabili per l’INPS. Poi, nel 2021, qualcosa ha iniziato a cambiare: il parlamento, con la legge delega 227/2021, delega il governo ad attuare la Convenzione ONU, modificando le leggi in modo da sostituire la vecchia concezione con la nuova.
Il provvedimento più importante in questo senso è il decreto legislativo 62/2024.
Il decreto legislativo stravolge la legge 104, sostituendo definitivamente il concetto di «handicap» con quello, nuovo, di «disabilità» e, di conseguenza, sostituendo il concetto di «gravità» con quello di «intensità dei sostegni».
Non è una modifica da poco: è la cultura dell’assistenza, del sostegno alla libera scelta, del «progetto individuale, personalizzato e partecipato”, che manda in soffitta quella dell’assistenzialismo, del paternalismo, del problema individuale e sanitario da risolvere con soluzioni standard a cui la persona doveva adattarsi.
Si tratta di una riforma così complessa e radicale, che, prima di renderla legge in tutta Italia, è stata prevista una fase di sperimentazione. Ad oggi sono 20 le province italiane dove la riforma è già in vigore, una per ogni regione. Se non ci saranno ulteriori proroghe, tra un anno al massimo la nuova riforma sarà legge per tutti.
I passi preparatori
Come prepararsi? Tenendo presente che, la persona che non vede, non sente, non parla, non cammina eccetera, non è un handicappato, non è un «invalido», non è un «diversamente abile», è una persona con disabilità. La disabilità non è una colpa e non è un dono, e chi ha una disabilità non è un «poverino”, ma neppure un «supereroe».
Condurre liberamente la propria vita per una persona con disabilità non dev’essere una gentile concessione né un atto di eroismo, dev’essere semplicemente un diritto. I cittadini però, in attesa che si concluda la fase di sperimentazione e l’ordinamento faccia il suo lavoro di lento assorbimento dei nuovi principi, possono «portarsi avanti». Incontrando di nuovo la persona di prima, diranno che «è una persona con disabilità». E sapranno il significato di questa parola.
Questo contenuto è stato realizzato nell’ambito di “Il senso dell’informazione”, il primo corso di giornalismo dedicato alle persone con sordocecità organizzato da Open in collaborazione con Lega del Filo d’Oro.
Foto in evidenza di Annie Spratt su Unsplash
