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La circolare che chiede alle scuole il censimento degli studenti palestinesi. Scoppia la polemica: «Schedatura su base etnica». Il ministero nega

16 Gennaio 2026 - 18:27 Ygnazia Cigna
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Il Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione chiarisce: «Il fine? Valutare l'adozione di misure di accoglienza e integrazione»

Fa discutere una circolare inviata alle scuole che chiederebbe di censire gli studenti palestinesi presenti negli istituti. Nel documento, indirizzato ai dirigenti scolastici, viene richiesto di indicare il numero di alunni palestinesi, nelle scuole statali e paritarie, suddivisi per territorio e ordine scolastico, senza però specificare le finalità dell’operazione. La richiesta ha allarmato sindacati, associazioni scolastiche e realtà palestinesi, che hanno espresso forte «preoccupazione». La Comunità palestinese ha denunciato l’iniziativa perché «assomiglia a una schedatura su base etnica e nazionale», definendola «gravissima, inaccettabile e pericolosa, non solo nei confronti del nostro popolo ma contro ogni forma di libertà costituzionale e democratica». Secondo l’associazione, «in un momento storico in cui il popolo palestinese continua a subire un genocidio, che si perpetua dietro una finta tregua, questo tipo di provvedimenti rischia di alimentare sospetto, stigmatizzazione e isolamento». Dal ministero, però, arriva una replica che ridimensiona il significato della circolare. L’obiettivo dell’operazione, viene spiegato, sarebbe esclusivamente quello «di valutare l’adozione di misure di accoglienza e integrazione nel percorso scolastico».

L’ira dei sindacati

Sul piede di guerra, dopo la diffusione della circolare, anche i sindacati, che hanno chiesto al ministero di chiarire le finalità della rilevazione. L’Unione sindacale di base (Usb) ha definito «inaccettabile l’introduzione di una vera e propria schedatura su base etnica e nazionale all’interno della scuola pubblica statale». Sulla stessa linea la Flc Cgil, che ha subito chiesto conto dell’operazione. «Riteniamo del tutto inaccettabile che la rilevazione non contenga nessuna motivazione alla base della richiesta di dati che peraltro dovrebbero essere in possesso del Mim e quand’anche lo scopo fosse il monitoraggio delle azioni di inserimento, non può essere questa la modalità che assume caratteri evidentemente discriminatori», ha dichiarato il sindacato in una nota. «Il Mim non può chiedere alle scuole azioni selettive in nessun caso e men che mai su base etnica poiché non corrispondenti alle finalità costituzionali delle comunità educanti».

La replica del ministero

A fronte dei timori, interviene ora la Capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione, Carmela Palumbo. «Le attività avviate hanno riguardato esclusivamente l’acquisizione di dati numerici per regione e per ordine di scuola, al fine di poter valutare l’adozione di misure di accoglienza e integrazione nel percorso scolastico. La rilevazione è volta a dare supporto alle scuole che ne avessero necessità, come fatto dal Governo Draghi nei confronti della popolazione studentesca ucraina», chiarisce in una nota. «È falso affermare, quindi, che siano state avviate schedature a fronte dell’avvio di iniziative di carattere umanitario e di inclusione», conclude. Sulla questione, replica direttamente anche il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, che in un video sui social si allinea alla posizione fornita da Palumbo e riferisce di aver ricevuto «minacce e insulti» per polemiche «del tutto surreali».

Il M5S: «Quali sono i progetti?»

Ma il caso accende anche la polemica politica. «Giuseppe Valditara dice che non si tratta di una schedatura, ma di una rilevazione finalizzata a favorire l’integrazione. Ma allora la domanda è semplice e legittima: come, esattamente? Quali iniziative concrete verranno attivate nelle scuole? Quali strumenti di supporto per studenti e insegnanti? Quali risorse, quali progetti, quali percorsi di inclusione reale?», dichiarano gli esponenti del M5s in commissione Cultura alla Camera. «E soprattutto, perché partire da un censimento se poi non si spiegano chiaramente obiettivi, modalità e tutele? Se l’intenzione è davvero quella di migliorare l’integrazione, allora bisogna partire dalla trasparenza. Al contrario il rischio è quello di creare stigma e sospetti, e in questo momento la scuola pubblica italiana non può davvero farsi carico anche di questo», concludono.

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