«Non si è suicidato, lo hanno ammazzato». Parla la madre di Paolo Mendico: «Tre giorni di sospensione? La sua vita vale così poco?»

«Paolo non si è suicidato. È più giusto dire che mio figlio lo hanno ammazzato. Speriamo di sapere presto la verità». Parte da qui il racconto rilasciato al Corriere della Sera di Simonetta, la madre di Paolo Mendico, il ragazzo di 14 anni morto suicida a Latina nel settembre scorso, all’alba di quello che avrebbe dovuto essere il suo primo giorno di scuola al secondo anno dell’Itis Pacinotti, indirizzo informatico. Parole durissime, di dolore e rabbia, alimentati dalla notizia delle sanzioni disciplinari inflitte alla dirigente scolastica e ad altri due docenti: una sospensione di appena tre giorni giorni che, agli occhi della famiglia, appare del tutto inadeguata rispetto alla gravità della vicenda.
«La vita di mio figlio vale così poco?»
«Ho provato ribrezzo e delusione: la vita di mio figlio vale così poco? Pochi giorni di sospensione dopo un fatto così tragico?», dice la madre al Corriere. «Abbiamo a che fare con persone che non meritano di ricoprire il ruolo che ricoprono. Mi chiedo che lavoro abbiano svolto gli ispettori per un risultato del genere». Secondo i sindacati, la preside non sarebbe stata a conoscenza dei problemi di Paolo e quindi non avrebbe potuto intervenire. Una versione che Simonetta respinge con forza. «Questa è una cosa assurda, lei avrebbe dovuto spostarsi da Fondi, controllare e dirigere. Aveva una referente a Santi Cosma e Damiano: vuol dire che non leggeva i verbali della scuola». E aggiunge: «A dimostrare quanto diciamo da mesi ci sono i consigli di istituto, le chat: posso provare tutto con i messaggi che hanno in mano gli inquirenti. Si parla di una riunione in cui la dirigente aveva appreso dei problemi della classe».
Le segnalazioni
Un disagio, quello del figlio, che era stato più volte segnalato. «Mio figlio ha chiesto aiuto, come chiedevamo aiuto noi, ma non siamo stati mai ascoltati. C’è stata molta indifferenza da parte loro ed ecco oggi i risultati. Se qualcuno prova a smentire quello che ho detto, perde semplicemente tempo perché io lo posso comprovare. Questi elementi sono contenuti nelle chat e hanno tutto in mano gli inquirenti».
I quaderni di Paolo Mendico
Un altro tassello importante dell’inchiesta riguarda i quaderni di Paolo, consegnati dalla famiglia a una psicologa grafologa. «Si tratta di quadernoni che usava nelle varie materie. Sono quadernoni scolastici dove lui scriveva dei disagi, del suo stato confusionale», spiega la madre. «Quei quaderni provano che quanto denunciamo dalla quinta elementare in poi è vero». Eppure, ammette, il dolore oggi è anche accompagnato da un senso di colpa. «Non pensavamo che Paolo stesse così male, è riuscito a mascherare la sua condizione psicologica, nonostante fosse molto aperto. Ci diceva tutto e noi volevamo sapere tutto».
Il malessere per la scuola
Il malessere, racconta ancora Simonetta, ruotava soprattutto attorno alla scuola. «Poco prima che iniziasse l’anno diceva: “ricomincia il tormento”». E ricorda: «Capivo poi che il problema non era soltanto dei singoli ragazzi, ma anche delle famiglie che avevano dietro». Fino a episodi di violenza che la madre dice di aver affrontato anche direttamente: «Ho avuto un contrasto verbale con una mamma di uno di questi bulli che l’ultima volta lo aveva sbattuto contro il muro». Secondo la donna, Paolo aveva imparato che l’unico modo per sopravvivere in quella classe era isolarsi. «Mio figlio aveva imparato che, purtroppo, per stare in pace in quella classe, visto che lui non veniva ascoltato da nessun insegnante, doveva starsene per i fatti suoi». Alla fine per la famiglia di Paolo resta una convinzione incrollabile: «Che non si è suicidato. È più giusto dire che mio figlio lo hanno ammazzato. Speriamo di sapere presto la verità».
