L’Italia sperimenta gli psichedelici: che cos’è la psilocibina per la depressione e perché riapre il dibattito

Quanto accaduto per la prima volta in Italia con la somministrazione di psilocibina a una donna con depressione resistente all’ospedale Santissima Annunziata di Chieti ha riacceso una questione che, negli ultimi anni, è tornata al centro del dibattito scientifico: può una sostanza psichedelica, storicamente rimasta ai margini della medicina, diventare vero strumento di terapia per un cervello che soffre? E con quali rischi?
La sperimentazione
Ad annunciare l’avvio della sperimentazione è stato il professor Giovanni Martinotti, Direttore dell’Unità Operativa dell’ospedale abruzzese: «Dopo una lunga trafila siamo riusciti a partire. La paziente attualmente è in fase di trip psichedelico e la sperimentazione sta andando bene», ha spiegato. Si tratta di una prima volta assoluta per l’Italia, ma il caso di Chieti non è isolato. Negli ultimi anni la psilocibina è tornata a essere studiata come possibile strumento terapeutico in diversi Paesi, tutto all’interno di protocolli rigorosi che stanno cercando di separare l’effetto clinico dall’esperienza psichedelica così come conosciuta nell’immaginario comune.
Cosa significa «psichedelica»
In medicina e neuroscienze si definisce “psichedelica” una sostanza capace di modificare in modo profondo e temporaneo il funzionamento dei circuiti cerebrali coinvolti nella percezione, nelle emozioni e nel senso di sé, senza in genere provocare sedazione o perdita di coscienza. A livello biologico queste molecole agiscono soprattutto sul sistema della serotonina, un neurotrasmettitore fondamentale per la regolazione del nostro umore, dell’ansia e della flessibilità mentale. Nel cervello, l’effetto principale riguarda il modo in cui alcune reti comunicano tra loro. Quando una sostanza psichedelica viene assunta nel cervello non si spegne nulla ma cambia il modo in cui le informazioni vengono elaborate. I circuiti che tendono a funzionare in modo rigido e ripetitivo, quelli coinvolti per esempio nel pensiero fisso, nella ruminazione e nelle emozioni negative persistenti, perdono temporaneamente il loro predominio, mentre aumenta la comunicazione tra aree cerebrali che normalmente dialogano poco tra loro. Quando si parla di effetti del genere, utilizzando la categoria generale di sostanze psichedeliche, non si intende mai una sola molecola ma una famiglia di composti diversi, accomunati proprio dal fatto di agire sui meccanismi cerebrali della percezione e della coscienza. In ambito scientifico si parla soprattutto di psichedelici classici, gruppo che include la psilocibina, l’LSD, la mescalina e il DMT. Accanto a questi esistono altre sostanze spesso incluse nel dibattito sugli psichedelici come la ketamina o l’MDMA che però agiscono attraverso vie neurochimiche differenti e che per questo vengono studiate separatamente. Gli psichedelici classici agiscono principalmente su uno dei bersagli-chiave della seratonina chiamato 5-HT2A, producendo profonde modificazioni della percezione dell’ambiente e di se stessi, con un’esperienza intensa ma temporalmente delimitata. Sostanze come la ketamina o l’MDMA generano invece effetti più dissociativi o prevalentemente emotivi. Per queste ragioni, anche se nel linguaggio comune vengono spesso incluse sotto un’unica etichetta, distinguere tra queste molecole è essenziale non solo perché non presentano gli stessi effetti, ma perché il loro profilo di sicurezza e potenziale terapeutico si presenta molto diverso.
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Dai funghi al cervello
La psilocibina in particolare è una molecola di origine naturale prodotta da alcune specie di funghi, soprattutto del genere Psilocybe. In ambito medico non si parla di funghi, questo perché i funghi contengono quantità variabili e imprevedibili di sostanze attive, mentre la ricerca clinica lavora su molecole isolate, purificate e dosate con precisione. Una volta assunta, la psilocibina non è di per sé attiva: viene trasformata dall’organismo in psilocina, la forma chimica in grado di attraversare la barriera emato-encefalica e agire sul cervello. Il fatto che la psilocibina abbia un’origine naturale non la rende né automaticamente sicura né intrinsecamente terapeutica: come molte altre sostanze usate in medicina, è il contesto, la dose e il controllo clinico a determinarne effetti e rischi. È per questo che oggi la ricerca si concentra sulla molecola e non sul fungo, cercando di separare l’interesse scientifico per i suoi possibili effetti terapeutici dall’uso non controllato legato all’immaginario degli “allucinogeni naturali”. Quando si parla di psilocibina in ambito clinico le sperimentazioni non riguardano forme di depressione in generale ma nello specifico quella resistente al trattamento, una condizione in cui i sintomi persistono nonostante l’uso adeguato di almeno due antidepressivi diversi, assunti per tempi e dosaggi corretti. È una forma di depressione che coinvolge una quota non marginale di pazienti e che rappresenta una delle sfide più complesse per la psichiatria: il problema, in questi casi, non è solo l’intensità dei sintomi ma la loro cronicizzazione e la scarsa risposta ai farmaci disponibili. È in questo contesto segnato da fallimenti terapeutici ripetuti e da un elevato carico di sofferenza che la psilocibina viene studiata come possibile opzione sperimentale.
L’effetto clinico
Le risonanze magnetiche funzionali ci raccontano di un cervello che, sotto l’effetto della psilocibina, smette per un momento di funzionare secondo i suoi schemi abituali. Lo studio pubblicato su Nature Medicine spiega come dopo aver assunto psilocibina la mente dei pazienti depressi risulti come più interconnessa e come intere regioni del cervello prima rigide e chiuse a causa della malattia tornino a dialogare tra loro. Coinvolto in questo meccanismo riscontrato è una delle reti più coinvolte nella depressione, la default mode network, legata al senso di sé, al pensiero autoriferito e alla ruminazione, molto attiva nei pazienti con depressione resistente e capace di favorire un pensiero bloccato su stesso. Nella depressione resistente alcune reti tendono a essere iperattive e dominanti, mentre altre restano poco coinvolte. Per questa ragione i pensieri tornano sempre sugli stessi temi, le emozioni negative si auto rinforzano e diventa molto complicato uscire da schemi consolidati.
Perché si riduce la ruminazione mentale
Gli studi portati avanti finora hanno registrato una perdita temporanea di dominanza dell’area stessa e allo stesso tempo un aumento della comunicazione tra reti cerebrali che normalmente restano più separate: aree sensoriali, emotive e cognitive iniziano a dialogare in modo più ampio e meno gerarchico. Gli scienziati parlano di un’attivazione tutt’altro che casuale. Secondo i risultati ottenuti la psilocibina quindi indurrebbe una vera e propria riorganizzazione misurabile della connettività cerebrale. Dal punto di vista clinico questo cambiamento non si traduce immediatamente in un miglioramento dell’umore in senso semplice. Gli effetti più evidenti riguarderebbero alcuni sintomi specifici. Uno dei primi a ridursi è la ruminazione mentale: molti pazienti descrivono una minore ripetitività dei pensieri negativi e una riduzione di quel flusso continuo di autocritica e autosvalutazione. Questo corrisponde a quel temporaneo indebolimento delle reti cerebrali che sostengono il pensiero fisso.
L’elasticità mentale
Un altro aspetto riguarda la rigidità cognitiva. In diversi studi, dopo la somministrazione di psilocibina, i pazienti mostrano una maggiore capacità di considerare alternative, di cambiare prospettiva e di mettere in discussione schemi mentali che prima apparivano immutabili. Non si tratta di “pensare positivo” ma di recuperare l’elasticità mentale spesso persa nelle depressioni croniche. Cambierebbe anche il rapporto con il senso di sé. Nella depressione, l’identità personale tende a essere fortemente centrata sulla sofferenza: il dolore psicologico viene vissuto come parte integrante e stabile di chi si è. Durante e dopo l’esperienza con psilocibina, alcuni pazienti riferiscono un allentamento di questa identificazione come se fosse possibile osservare i propri pensieri e le proprie emozioni con una maggiore distanza. L’effetto sull’anedonia, cioè sulla difficoltà di provare piacere, si mostra invece più variabile. I ricercatori spiegano come in alcuni casi si osservi una maggiore reattività emotiva e un recupero dell’interesse verso stimoli che prima apparivano spenti e come che questo risultato, allo stesso tempo, non appaia uniforme e resti uno degli aspetti attualmente meno certi.
Le normative
Per capire il peso di quanto accaduto a Chieti serve guardare anche al contesto normativo. Per decenni le sostanze psichedeliche sono rimaste di fatto escluse dalla ricerca medica in gran parte del mondo: a partire dalla fine degli anni Sessanta, l’inserimento nelle liste delle sostanze proibite ha reso estremamente difficile se non impossibile studiarle in ambito clinico, limitando l’accesso ai finanziamenti e imponendo vincoli stringenti ai ricercatori. Solo negli ultimi anni, grazie a un cambiamento graduale dell’approccio regolatorio in alcuni Paesi, questi studi sono tornati possibili ma sempre all’interno di protocolli altamente controllati e con autorizzazioni complesse. Non esiste un’autorizzazione sanitaria generalizzata per la prescrizione di psichedelici come farmaci tradizionali e nella maggior parte delle giurisdizioni nel mondo queste sostanze restano illegali fuori dai contesti sperimentali o terapeutici autorizzati. In Italia, anche quest’ultimo percorso è stato particolarmente lento. La psilocibina resta una sostanza illegale al di fuori dell’ambito sperimentale e ogni studio clinico richiede un iter autorizzativo lungo e articolato che coinvolge enti regolatori, comitati etici e strutture sanitarie. È anche per questo che il caso di Chieti rappresenta una prima assoluta: non un via libera generalizzato ma l’avvio di una sperimentazione in un perimetro strettamente regolato. Una cornice che chiarisce un punto essenziale del dibattito: oggi gli psichedelici non sono “sdoganati” né lo saranno senza ulteriori prove. Sono tornati a essere studiabili ma restano oggetto di una ricerca ancora in corso, sospesa tra nuove possibilità terapeutiche e la necessità di regole rigorose.
I rischi da monitorare
Accanto ai risultati promettenti, la ricerca sugli psichedelici pone anche una serie di limiti e interrogativi che è importante chiarire. Parlare oggi di psilocibina come di una cura definitiva per la depressione non è corretto: la scienza non è ancora in grado di stabilire quanto durino i benefici osservati, in quali pazienti siano più probabili e attraverso quali percorsi possano tradursi in miglioramenti clinici stabili. Molti studi hanno campioni ridotti e follow-up limitati, e restano aperte domande cruciali su dosaggi, frequenza delle somministrazioni e ruolo dell’accompagnamento psicoterapeutico. A questo si aggiunge l’incertezza sull’estensione di questi effetti ad altre patologie psichiatriche. Oltre alla depressione resistente, diverse sostanze sono oggi allo studio in ambiti specifici, dalla psilocibina per alcuni disturbi d’ansia o ossessivo-compulsivi, all’MDMA per il disturbo da stress post-traumatico, fino alla ketamina per forme acute di depressione, ma i risultati sono eterogenei e non generalizzabili. Ogni molecola agisce attraverso meccanismi diversi e viene sperimentata in contesti clinici molto controllati, rendendo fuorviante parlare di “psichedelici che curano la mente” in senso ampio. Infine, c’è il tema dei rischi legati all’uso non controllato. Assunte fuori da un contesto clinico strutturato, queste sostanze possono provocare esperienze psicologiche intense e imprevedibili e, in soggetti vulnerabili o con disturbi psichiatrici non diagnosticati, peggiorare i sintomi o scatenare episodi acuti. È per questo che la ricerca insiste nel distinguere con chiarezza tra uso terapeutico sperimentale e assunzione arbitraria: nei trial non si studia una sostanza “da sola” ma un intervento complesso e ancora in fase di valutazione.
FOTO: di Alan Rockefeller disponibile in base alla licenza CC BY-SA 4.0
