Ultime notizie Festival di SanremoIranTrapiantiVincenzo Schettini
SALUTEInfermieriMediciMedicinaSanità

Infermieri come medici di base? Una ricerca rivela che non c’è differenza su esiti e qualità delle cure

04 Marzo 2026 - 12:21 Gemma Argento
infermieri
infermieri
Una revisione internazionale mette a confronto la gestione clinica affidata a infermieri con formazione avanzata e quella medica nei servizi territoriali su più di 4.500 pazienti. I risultati indicano standard comparabili e un alto livello di soddisfazione tra i pazienti. Il tema riaccende il dibattito italiano sulle competenze e sull’organizzazione della medicina di base

Mentre in Italia si discute dell’estensione delle competenze infermieristiche, inclusa la possibilità di prescrivere alcuni farmaci o presidi sanitari, il tema divide professionisti e istituzioni. La domanda al centro del dibattito è questa: gli infermieri possono svolgere in autonomia alcune attività che finora sono state considerate di competenza medica, come la gestione terapeutica o parte della prescrizione? Open si è già occupato della questione, raccontando il dibattito normativo e le posizioni contrapposte. Ma al di là della dimensione politica e professionale, cosa dice la ricerca scientifica quando mette a confronto diretto le cure fornite da infermieri e medici? Una risposta arriva da una revisione pubblicata dalla Cochrane, l’organizzazione internazionale indipendente che raccoglie e analizza gli studi clinici per valutare l’efficacia e la sicurezza degli interventi sanitari.

Il confronto tra medici e infermieri

Cosa succede quando a seguire un paziente è un infermiere invece di un medico? Gli studi analizzati dalla Cochrane hanno messo a confronto i due modelli soprattutto nella gestione di problemi molto comuni nell’assistenza territoriale: controllo della pressione alta, diabete, asma, monitoraggio delle terapie, visite di primo accesso. In totale prende in esame 18 studi clinici randomizzati, per un totale di quasi 5 mila pazienti coinvolti, mettendo a confronto diretto i due modelli di gestione. Il risultato centrale è questo: gli esiti per i pazienti sono molto simili. Quando si guardano indicatori clinici concreti, il quadro resta molto simile: nei pazienti con ipertensione, ad esempio, i valori della pressione arteriosa risultano in media sovrapponibili tra i due gruppi; in alcuni studi, la pressione sistolica è risultata persino leggermente più bassa nei pazienti seguiti da infermieri. Il documento spiega poi come nei pazienti con diabete, il controllo della glicemia, misurato attraverso parametri standard che indicano l’andamento medio della glicemia negli ultimi mesi, non mostra differenze rilevanti tra i due modelli di assistenza.

Mortalità ed eventi avversi

Sul fronte più delicato, quello della mortalità e degli eventi avversi, la revisione non evidenzia segnali di peggioramento quando alcune attività cliniche vengono affidate a infermieri con formazione avanzata. In questi studi, “seguire un paziente” significa che l’infermiere svolge in autonomia la visita, valuta i sintomi, controlla i parametri clinici (come pressione, glicemia o funzione respiratoria), decide eventuali aggiustamenti terapeutici secondo protocolli condivisi e, in alcuni casi, può prescrivere o modificare terapie all’interno di competenze regolamentate. Non si tratta quindi di un ruolo puramente esecutivo, ma di una gestione clinica strutturata molto simile a quella del medico di base. «Nei periodi di osservazione considerati, il numero di decessi registrato nei gruppi seguiti da infermieri risulta comparabile a quello dei gruppi seguiti da medici», spiega la revisione. Lo stesso vale per gli eventi avversi, cioè complicazioni, effetti indesiderati o problemi legati alle cure ricevute: «Non emerge un aumento del rischio quando la gestione è guidata da un infermiere adeguatamente formato».

Pazienti più soddisfatti

Un elemento che emerge con maggiore coerenza riguarda la soddisfazione dei pazienti. In diversi studi inclusi nella revisione, le persone seguite da infermieri dichiarano livelli di soddisfazione più alti rispetto a chi è seguito da medici. Non si tratta solo di una percezione generica, gli studi spiegano come le consultazioni infermieristiche risultano spesso «più lunghe, con maggiore spazio dedicato alla spiegazione dei trattamenti, alla prevenzione e al coinvolgimento del paziente nelle decisioni». Questo può incidere «anche sull’aderenza alle terapie, cioè sulla probabilità che il paziente segua davvero le indicazioni ricevute  e sulla continuità delle cure nel tempo». Un aspetto non secondario soprattutto su sistemi sanitari sotto pressione o alle prese con carenza di medici di medicina generale.

La questione italiana

Non si tratta, almeno nelle ipotesi normative attualmente in discussione, di attribuire agli infermieri l’atto diagnostico, cioè la valutazione iniziale con cui si identifica una malattia, che resta una competenza medica. Il confronto riguarda piuttosto la possibilità che infermieri possano occuparsi in autonomia di alcune attività successive, come il monitoraggio di terapie già prescritte, l’adeguamento dei dosaggi secondo protocolli condivisi, il rinnovo di ricette per trattamenti stabilizzati o la prescrizione di determinati presidi sanitari, come i sensori per il controllo della glicemia, per medicazioni avanzate di ferite, strumenti per ossigenoterapia domiciliare. In altre parole, il medico resterebbe responsabile della valutazione iniziale e dell’inquadramento clinico, mentre all’infermiere verrebbe affidata una parte della gestione continuativa, soprattutto nelle patologie croniche, dove il lavoro quotidiano è fatto di controlli, educazione sanitaria e verifica dell’aderenza terapeutica. In Italia il confronto si inserisce in un quadro demografico e organizzativo preciso. Gli infermieri iscritti agli Ordini professionali sono oltre 450mila, una delle colonne portanti del Servizio sanitario nazionale.

La carenza di medici

Allo stesso tempo, però, la medicina territoriale è alle prese con una carenza crescente di medici di medicina generale, aggravata dai pensionamenti e da un ricambio non sufficiente. Secondo analisi di settore, mancano oggi oltre 5.500 medici di medicina generale e oltre 7.300 andranno in pensione entro il 2027 senza un ricambio adeguato. Il risultato è che un numero crescente di cittadini fatica a trovare un medico di riferimento; alcune stime parlano di 3 – 4 milioni di italiani senza medico di famiglia assegnato. Oltre alla carenza, c’è il problema del sovraccarico: più della metà dei medici di base cura oltre 1.500 persone ciascuno, molto più di quanto previsto dagli standard contrattuali. È in questo contesto che si discute di percorsi universitari e master specialistici che possano abilitare gli infermieri a svolgere alcune funzioni aggiuntive, come il rinnovo di terapie stabilizzate o la prescrizione di determinati presidi sanitari, sempre all’interno di protocolli definiti. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la presa in carico territoriale, soprattutto per le malattie croniche, dove gran parte del lavoro clinico quotidiano consiste in controlli periodici, educazione sanitaria e verifica dell’efficacia dei trattamenti.

leggi anche