Niscemi, gli esperti della Protezione Civile: «La frana continuerà a cedere»

Secondo uno studio della Protezione Civile Niscemi crollerà ancora. Il dossier firmato dai professori dell’università di Firenze guidati da Nicola Casagli «la scarpata principale che borda il paese è suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica». Anche se «il centro presenta condizioni di sostanziale stabilità…».
Le cause del disastro
Il rapporto di cui parla oggi il Corriere della Sera è fatto di analisi tecniche, ricostruzioni storiche, elaborazioni satellitari e valutazioni del rischio. La fascia interdetta è stata di recente ridotta da 150 a 100 metri. Consentendo a 700 persone di tornare a casa. Con il coefficiente di sicurezza fissato dalla normativa la zona rossa si ridurrebbe a 58 metri. Tra le cause del disastro, spiegano gli esperti, l’erosione dal basso della collina su cui poggia Niscemi, provocata soprattutto dall’acqua che scende dalla città e viene convogliata in buona parte nel torrente Benefizio per poi disperdersi nei terreni sottostanti.
Il dissesto
Il dissesto viene da lontano: «Si tratta di un sistema profondo che interessa i margini del terrazzo sui cui sorge l’abitato ed è inserito in una dinamica di instabilità di lungo periodo. A partire dall’evento del 1790, caratterizzato da movimenti di eccezionale entità e da manifestazioni di vulcanismo, per passare a quello del 1997, che riattivò un corpo di frana. I due eventi costituiscono i precedenti diretti di quello del 2026 che, pertanto, si innesta in un’evoluzione plurisecolare del versante». Dopo le due frane «il fronte instabile si sviluppa complessivamente per circa 4,7 chilometri con un volume totale di oltre 80 milioni di metri cubi, le scarpate presentano altezze mediamente comprese tra 25 e 30 metri, con valori massimi che superano i 40 metri».
Che fare?
Gli interventi sono circostanziati e limitati. «È impossibile una stabilizzazione definitiva dell’intero sistema mediante interventi strutturali estensivi . Non solo per valutazioni di natura economica, di rapporto costi-benefici, ma anche e soprattutto perché il fenomeno coinvolge volumi molto estesi e superfici di scivolamento profonde. E per gli effetti incerti di eventuali interventi di stabilizzazione». Bisogna quindi convivere con la frana: «Riducendo l’infiltrazione proveniente da monte, intercettando i flussi idrici prima che penetrino nella massa destabilizzata, eseguendo interventi di protezione al piede dei versanti per contrastare l’erosione fluviale, elemento motore della riattivazione del fenomeno… intervenendo sulle aree critiche, quali l’alveo del torrente Benefizio. Mediante interventi di ingegneria naturalistica (piantumazioni)».
50 metri
Infine, i professori ritengono necessario «prevedere la delocalizzazione degli edifici ubicati entro una fascia di 50 metri dal margine della scarpata».
