Pulsar e il peso del gender gap nelle Stem: «Le iscritte sono in crescita, ma serve raccontare modelli di successo»

Durante il festival Pulsar, c’è stato un dibattito animato da un’unica domanda: da dove nascono le differenze di genere che ancora oggi vedono le donne lontane dalle materie Stem? Se ne è discusso durante il panel dal titolo “Stem, arrivano le ragazze!” a cui hanno partecipato Antonella Polimeni, Rettrice dell’Università La Sapienza di Roma, Giovanna Spatari, Rettrice dell’Università degli studi di Messina e coordinatrice della commissione Tematiche di genere della Crui, e Claudia Pratelli, Assessora alla Scuola, Formazione e lavoro del comune di Roma.
La prima a rispondere è stata l’assessora Pratelli, che ha parlato di un problema che nasce da molto lontano. Anzitutto dai «divari salariali e dalla differenza dei carichi di cura che ancora sono sulle spalle delle donne». Ma anche, e soprattutto, dal linguaggio e dal sistema di simboli in cui viviamo. «C’è ancora un universale neutro maschile. E una questione culturale sedimentata legata a stereotipi sui ruoli di genere: ovvero che le donne sono legate alla cura, mentre gli uomini si occupano delle cose difficili, come la scienza e la tecnologia appunto». Delle gabbie da cui occorre uscire il prima possibile. «Dobbiamo affrontare il tema in modo radicale in tutti i tasselli del percorso educativo – ha detto Pratelli – La nostra società deve lavorare su modelli e rappresentazioni».
«Le iscritte Stem sono in crescita, ma serve raccontare modelli di successo»
Come fare? «Abbiamo organizzato ad esempio degli aperitivi scientifici con le scienziate per abbattere l’aria di separatezza tra giovanissimi e mondo della scienza. E anche per veicolare modelli di successo delle donne in ambito scientifico e tecnologico, che esistono e dunque vanno raccontati». Poi è intervenuta la rettrice Polimeni, consapevole del gender gap imperante in materia di discipline stem, nonostante, dice, «le iscritte sono in crescita e abbiamo in questo senso trend positivi». Poi sottolinea come le performance delle studentesse siano «brillanti» addirittura «migliori» di quelli dei colleghi uomini. «Abbiamo messo in atto azioni positive per le ragazze che si iscrivono a corsi stem», ha detto Polimeni. Ma serve partire da ben prima dell’università: «Dobbiamo lavorare su una classe insegnante che deve percepire i talenti delle studentesse, perché è importante che oltre allo stereotipo ci sia l’insegnante».
Le differenze non solo nelle discipline Stem
Poi è toccato alla rettrice dell’Università di Messina Spatari, a cui è stato sottoposto lo stesso interrogativo: come avvicinare dunque le donne alle discipline Stem? «Deve essere un’azione sinergica e basata sui territori. Serve il supporto degli uffici dei dirigenti scolastici e degli istituti. Arriviamo tardi come università e dobbiamo trovare altre metodologie per farci sentire. Penso al finanziamento che come Università abbiamo dato a un progetto di ricerca delle Pari opportunità che ha coinvolto 71 nostri docenti e 7 istituti secondari di primo grado, per entrare in sinergia con gli istituti». Certo, sottolinea a questo punto Spatari, quando abbiamo interrogato le ragazze, la gran parte di loro dichiarava «di non avere nessun interesse verso le materie Stem». «Noi proviamo a indirizzarle – aggiunge – ma poi devono scegliere ciò che piace a loro». A questo punto Polimeni replica: «Questo è vero, ma è l’humus che non aiuta». E ricorda di quando ai ragazzi si facevano fare i circuiti e alle ragazze l’uncinetto. «Dobbiamo strutturare la mentorship», conclude la rettrice de La Sapienza. Pratelli torna allora sul tema: «Tutto il discorso è legato al modello di maschile e femminile che abbiamo introiettato. Un modello che spiega perché non troviamo uomini nel mondo della cura: nelle scuole di infanzia sono meno del 4%. Ed è difficile immaginarsi in un ruolo in cui innanzitutto il background non ci ha mai abituato a pensarci. Per questo – continua Pratelli – l’educazione nei primissimi anni ha un ruolo decisivo. Perché i bambini e le bambine che hanno ambienti in cui i ruoli sono paritari non hanno bisogno di percorsi educativi orientati, ma la scuola deve poter pareggiare le opportunità soprattutto per chi nella vita privata non ha potuto avere questo sguardo più ampio». Poi, interrogata sul modo in cui i divari di genere si articolano sul territorio, Pratelli conclude: «I divari di genere sono democratici, distribuiti equamente e si intrecciano con altri divari. Nei quartieri di Roma ci sono grandi diversità sociali». Come rimediare? «Occorre disseminare i luoghi della conoscenza dappertutto, anche nelle periferie».
