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L’Umbria ora tutela i diritti dei rider con una legge, ma in Italia le regole restano frammentate: cosa fanno le altre Regioni e cosa potrebbe cambiare

12 Marzo 2026 - 18:05 Ygnazia Cigna
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Chi protegge chi ci porta la cena? La realtà è frammentata e la qualità della vita del lavoratore dipende (anche) dalla sensibilità delle varie Regioni. La situazione in Italia

Sfrecciano tra il traffico, sfidano il gelo e (tra qualche mese) ondate di calore, regolati da un algoritmo che non dorme mai. Ma chi protegge chi ci porta la cena? L’Umbria è l’ultima arrivata e ha approvato una legge regionale per tutelare i rider e i lavoratori digitali. Passo in avanti che torna a puntare i riflettori su un’Italia a macchia di leopardo, dove i diritti di un ciclofattorino cambiano a seconda della regione in cui pedala. La nuova norma umbra punta tutto su trasparenza e monitoraggio. Istituisce un Registro regionale dei lavoratori e delle piattaforme e una Consulta che mette al tavolo istituzioni e sindacati. La novità più concreta è lo sviluppo della Carta dei diritti e il potere alla Regione di emanare ordinanze d’urgenza per fermare le consegne in caso di eventi climatici estremi, affidando alle Asl il controllo sulla sicurezza. Ciò che rimane fuori dal campo della legge umbra sono invece salari e contratti, che restano regolati dalla normativa nazionale e dalla contrattazione collettiva.

Quale è stata la prima regione a dare il via

Il Lazio era stata la prima regione a intervenire con la legge regionale n.4 del 12 aprile 2019, pochi mesi prima della normativa nazionale. Se l’Umbria guarda alla governance, il Lazio era andato dritto al punto con lo stop al cottimo. La legge, infatti, impone un compenso orario minimo, vieta il pagamento a consegna e obbliga le piattaforme a pagare l’assicurazione obbligatoria contro infortuni e malattie e prevede formazione e dispositivi di sicurezza. Le piattaforme devono fornire addestramento, dispositivi di sicurezza e assicurazione contro infortuni a carico proprio . Se piove o nevica scatta la maggiorazione. E se l’ordine viene annullato, il rider riceve comunque un’indennità di fermo prenotazione. Si tratta della prima legge in Italia che ha disciplinato questo ambito. Alle piattaforme digitali spetta inoltre l’adozione delle misure necessarie per proteggere la salute psico-fisica dei lavoratori, oltre alla manutenzione degli strumenti di lavoro e alla formazione in materia di sicurezza.

In Toscana si punta alla tutela della salute

In Toscana, dal 2021, l’attenzione principale è la sicurezza sul lavoro per i lavoratori digitali. La legge regionale si concentra esclusivamente sulla tutela della loro salute, senza intervenire su contratti o retribuzioni. Prevede linee guida per la gestione dei rischi specifici del settore, programmi di formazione e prevenzione, e la collaborazione con Inail e Inps per monitoraggio e protezione assicurativa. Tra le misure principali, la legge istituisce un Programma regionale annuale di interventi e promuove la stipula di accordi con gli enti previdenziali e assicurativi. Ai datori di lavoro delle piattaforme e agli organi di vigilanza viene affidata l’analisi dei rischi e l’adozione di linee guida tecniche.

Le regioni senza leggi, ma con dei protocolli 

Piemonte

In Piemonte, pur non esistendo una legge specifica, il Presidente regionale ha emanato lo scorso luglio 2025 un’ordinanza che vietava il lavoro all’aperto in condizioni di esposizione diretta e prolungata al sole tra le 12.30 e le 16. L’ordinanza, valida per i mesi di luglio e agosto, prevedeva inoltre che i datori di lavoro adottassero misure preventive durante le ondate di calore, come garantire acqua, pause all’ombra e abbigliamento adeguato. Il provvedimento era nato da un’accordo con i sindacati. Probabilmente verrà emanato nuovamente per la prossima estate.

Lombardia

Anche in Lombardia non esiste una legge regionale specifica sui rider, ma Regione e parti sociali hanno promosso iniziative di tutela. Tra queste, sono stati istituiti spazi di ristoro dove i rider possono riposare e ricevere assistenza. L’azione della Regione si è concentrata su linee guida e momenti di confronto con le piattaforme del food delivery, puntando su sicurezza e monitoraggio delle condizioni di lavoro. Le iniziative comprendono promozione di coperture assicurative, programmi di sicurezza stradale e dialogo con imprese e sindacati. Più che una regolamentazione normativa, l’approccio lombardo si basa su protocolli e politiche di accompagnamento.

Emilia-Romagna

In Emilia-Romagna, invece, è nato il modello «Città Rider Friendly» di Reggio Emilia. Nel 2021 il Comune ha sottoscritto il protocollo d’intesa con i sindacati per garantire diritti e condizioni di lavoro più sicure. L’approccio regionale si basa soprattutto su iniziative locali e protocolli territoriali, piuttosto che su una legge organica. Il progetto prevede misure come spazi di sosta dedicati, punti per la ricarica dei dispositivi, accesso a servizi igienici e convenzioni con officine per la manutenzione di biciclette e mezzi elettrici. Accanto alle strutture fisiche, il protocollo include attività di formazione e sicurezza, con momenti informativi sui rischi del traffico urbano.

La bussola: cosa dice la legge nazionale

La realtà è che oggi un rider a Perugia ha una Carta dei diritti, uno a Roma ha un minimo garantito per legge regionale e uno a Milano ha una stanza dove ricaricarsi, ma nessuno ha tutto. Questa frammentazione fa dipendere la qualità della vita del lavoratore dalla sensibilità della giunta regionale di turno o dalla battaglia dei tribunali locali. Sopra questo puzzle, a guidare è comunque la legge Nazionale 128/2019, nata sotto la spinta dell’Ue che chiedeva tutele minime per tutti. 

I tre tipi di rider

Secondo questa norma, in Italia la figura del rider si spacca in tre identità giuridiche distinte. C’è il caso del lavoratore subordinato, il classico dipendente che gode di ferie, malattia e contributi perché l’azienda ne decide orari e modalità operative. Molto più diffusa è, però, la collaborazione etero-organizzata, una zona grigia dove la piattaforma organizza il lavoro tramite algoritmi e turni. Qui la legge estende quasi tutte le tutele del lavoro dipendente, a meno che non intervengano contratti collettivi specifici che possono stabilire regole particolari. C’è poi il lavoro autonomo occasionale per chi pedala sporadicamente senza vincoli di continuità. Qui il rider è considerato autonomo e la legge gli riconosce alcune tutele minime.

Come funziona lo stipendio

La legge disciplina anche il compenso dei rider. Se è presente un contratto collettivo, il compenso può essere definito dalle sue regole. In assenza di contratto, invece, non è consentito pagare esclusivamente a consegna, ma deve essere garantito un compenso minimo orario, calcolato in riferimento ai salari dei contratti collettivi di settori simili, come logistica o trasporto. La legge prevede inoltre una maggiorazione di almeno il 10% per le condizioni di lavoro più gravose, come maltempo, lavoro notturno e giorni festivi.

Ma qualcosa cambierà con l’Ue

Questo scenario frammentato potrebbe essere presto integrato da un nuovo vento europeo. L’Unione europea nel 2024 ha approvato una direttiva sul lavoro tramite piattaforme digitali che gli Stati membri, Italia inclusa, dovranno recepire. La norma punta a introdurre criteri molto più severi per stabilire quando un rider debba essere considerato a tutti gli effetti un dipendente, eliminando le ambiguità attuali. I vari Stati hanno tempo fino alla fine del 2026 per recepire la direttiva. Come queste norme si incastreranno con le varie leggi regionali sarà uno dei prossimi capitoli della gig economy.

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