Massimo D’Alema, Umberto Bossi e quella volta che mangiarono insieme sardine, pancarré e birra

Massimo D’Alema ricorda oggi Umberto Bossi in una lunga intervista al Corriere della Sera. A partire dalla prima volta che l’ha incontrato: «Fu al corteo della Festa della Liberazione del 1994, quello sotto la pioggia, a Milano, subito dopo la vittoria di Silvio Berlusconi, di cui Bossi era alleato. Ricordo che un pezzo del corteo l’aveva contestato. Io lo incrociai a margine della manifestazione. E gli feci i complimenti per la scelta coraggiosa di presentarsi in piazza a celebrare il 25 aprile».
Bossi e D’Alema
Lui, rivela l’allora segretario del Pds, «mi disse due cose. La prima, parole sue, fu che “noi della Lega siamo antifascisti”. La seconda è che non aveva sottoscritto alcun accordo politico o elettorale col Movimento sociale italiano, che attraverso la lista di Alleanza nazionale era alleato con Forza Italia nella parte centro-meridionale del Paese. Quello era stato uno schema artificioso di Berlusconi: con Bossi al Nord, con Fini al Sud. Ma Umberto non si sentiva in alcun modo legato dal vincolo di un accordo con la destra. E infatti fece pesare quest’argomento quando tolse la fiducia al governo».
Il ribaltone
Il ribaltone fu il risultato di un lavoro ai fianchi del Senatùr che coinvolse anche Rocco Buttiglione. Anche se a D’Alema non piace la parola: «Non chiamerei ribaltone quella che fu a tutti gli effetti una crisi politica. A seguito della sconfitta alle elezioni del 1994, ero diventato segretario del Pds sulla base di una linea molto chiara: la sinistra doveva archiviare l’esperienza dei Progressisti e aprirsi all’alleanza con i cattolici. E così, in estate, iniziai a incontrare a Gallipoli Rocco Buttiglione, che era il segretario del Partito popolare italiano nato sulle ceneri della Dc. L’accordo era presentarsi insieme alle prime amministrative utili, una mini tornata di elezioni in cui si votava per eleggere il sindaco di Brescia e il presidente della provincia di Foggia. Cosa che poi avremmo fatto con successo, candidando a Brescia Mino Martinazzoli e un indipendente di sinistra a Foggia».
Ti potrebbe interessare
L’insofferenza per Berlusconi
D’Alema ricorda che «nella coalizione di governo col Cavaliere Bossi era insofferente. E Buttiglione aveva preso a parlarci, coinvolgendo nel dialogo anche me. A questo va aggiunto un elemento essenziale della storia: ero stato invitato al congresso della Lega e dal palco di quel congresso ero anche intervenuto, due cose tutt’altro che scontate». Il leader della Lega «viveva in questo appartamento spartano che trasudava la vitalità vorace e per certi aspetti esasperata, almeno agli occhi miei e di Buttiglione, dell’inquilino».
Birra, pancarré e sardine
E ancora: «Oltre a un istinto politico incredibile, che l’aveva portato a leggere in anticipo la rottura tra un pezzo di ceto produttivo del Nord e il governo centrale, Bossi era incontenibile, fuori da qualsiasi schema. Faceva e riceveva telefonate di continuo, alcune delle quali avevano per oggetto delle attività anche politiche notturne collocate in agenda in orari in cui verosimilmente sia io che Buttiglione saremmo già stati a letto da un pezzo. Riceveva in canottiera, aveva il frigo pieno di birre in lattina e in dispensa giusto del pane in cassetta e delle sardine in scatola. Lo scoprimmo una sera che Buttiglione, visto che si era fatto tardi ed eravamo a digiuno, esclamò con una certa enfasi “qua però bisogna mangiare qualcosa!”. Umberto non si scompose: svuotò il frigo dalle birre in lattina e si presentò con sardine e pancarrè. Buttiglione le mangiò pure».
Costola della sinistra
D’Alema invece si limitò a qualche sorso di birra. E oggi parla della definizione del Carroccio come “costola del movimento operaio”: «Ma non c’entrava il rapporto con Bossi. Era uscita una ricerca secondo cui molti iscritti alla Fiom nella provincia di Brescia votavano per la Lega. La mia era una constatazione». Passata alla storia con la formula della «Lega costola della sinistra». «Frase che però io non ho mai pronunciato». Ma neanche mai smentito. «Non si offenderà se le dico che quando i giornalisti mi attribuiscono una cosa particolarmente vera sarei quasi tentato di fare una dichiarazione che la conferma. Il resto delle volte do tutto per smentito, compresa quella frase».
