La storia della prof esclusa dalle supplenze perché ha compiuto 67 anni. Fa ricorso, vince e racconta: «Mi hanno discriminata»

Dopo anni di insegnamento, si è ritrovata in un vicolo cieco. Troppo in là con l’età per continuare a lavorare come supplente, ma con un’anzianità contributiva insufficiente per poter andare in pensione. È la storia di una professoressa di Siena che, al compimento dei 67 anni, è stata esclusa dalle graduatorie per le supplenze (Gps) dall’amministrazione scolastica proprio in ragione del raggiungimento dell’età pensionabile. Il problema, però, è che la docente non aveva ancora maturato i venti anni di contributi minimi necessari per ottenere l’assegno previdenziale. Una situazione paradossale, finita davanti al Tribunale di Siena, dove il giudice le ha dato ragione e l’ha fatta reintegrare nella graduatoria.
Perché il giudice le ha dato ragione
La docente insegna come precaria nelle scuole superiori dal 2014-2015. Un decennio di contratti a termine, interrottosi bruscamente il primo settembre 2025 quando l’ufficio scolastico l’ha esclusa dai giochi. «Sono stata depennata così, nonostante non avessi raggiunto i venti anni di anzianità contributiva», spiega la professoressa, che preferisce mantenere l’anonimato, a Open. «Questa esclusione mi ha creato grandi incertezze e rappresentava una palese discriminazione perché i docenti di ruolo possono restare in servizio fino a 71 anni se non hanno raggiunto i contributi minimi, mentre a noi precari questo diritto veniva negato», aggiunge. Il Tribunale di Siena ha accolto il ricorso presentato con il supporto sindacale e legale della Flc Cgil e ha stabilito che la norma che permette la permanenza in servizio fino ai 71 anni deve essere applicata anche ai supplenti, quando sussiste una concreta possibilità di raggiungere i 20 anni di contribuzione entro il 71° anno di età. Secondo il giudice, la lettura restrittiva finora utilizzata dal ministero è incompatibile con i principi costituzionali e con il diritto dell’Unione europea. «Questa decisione rappresenta un precedente di rilievo per tutti i colleghi che si trovano in questa situazione», commenta il sindacato senese.
«A 67 anni è difficile reinventarsi»
La battaglia legale della docente è un passo avanti per i diritti dei precari. «Siamo già discriminati da contratti che scadono il 30 giugno e ci lasciano nel dubbio fino a settembre. Nel privato, dopo anni di lavoro di solito si viene assunti, nel pubblico puoi restare precario per tutti questi anni», commenta la docente. Inoltre, quest’anno, la professoressa aveva ottenuto titoli di specializzazione che le avrebbero garantito il passaggio in prima fascia delle graduatorie e avere quindi più possibilità di essere chiamata al lavoro a settembre. Oltre al danno economico, c’è il disagio psicologico. «È una situazione comune a molti colleghi e che preoccupa molto. Un precario viene usato e poi buttato nel cestino della spazzatura a 67 anni, senza considerare che a quell’età è difficile reinventarsi», dichiara la professoressa.
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La situazione dei precari
L’insegnante porta con sé un bagaglio culturale di alto livello, ma per la scuola vale sono fino a un certo punto. «Ho un dottorato di ricerca e una carriera universitaria alle spalle come docente a contratto, titoli che non vengono riconosciuti minimamente nel mondo della scuola», spiega. Due canali paralleli, quindi, che non si parlano e costringono molti professionisti esperti a rincorrere punteggi attraverso certificazioni. Proprio su questo punto, la docente solleva il velo su quella che definisce una «guerra tra poveri». Per scalare le graduatorie, i precari sono costretti a pagare di tasca propria corsi e attestati. «Le certificazioni aiutano a salire in graduatoria, ma hanno un costo. Su questo c’è un vero e proprio mercificio, che pesa economicamente sui precari che hanno stipendi che bastano a malapena a mantenersi», conclude la docente.
