Stop alle terapie per convertire le persone lgbt: la proposta sbarca alla Commissione Ue. Ecco dove manca ancora il divieto (compresa l’Italia)

Oltre un milione di cittadini europei hanno messo nero su bianco la richiesta di mettere al bando, una volta per tutte, le pratiche di conversione per le persone lgbtqia+ all’interno dell’Unione europea. Grazie al superamento della soglia di firme prevista dall’iniziativa dei cittadini europei (lo strumento di democrazia partecipativa che permette ad almeno un milione di cittadini dell’Ue, di almeno 7 Stati membri, di chiedere alla Commissione europea di proporre nuove leggi), il tema è arrivato nell’agenda di marzo del Parlamento europeo, obbligando così le istituzioni dell’Ue a dibattere sul tema e a prendere una posizione ufficiale.
Cosa sono le terapie di conversione e perché l’Onu parla di tortura
Le pratiche di conversione sono tutti quei tentativi pseudoscientifici o religiosi volti a modificare forzatamente l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona. L’Onu e le principali organizzazioni internazionali le classificano come vere e proprie forme di tortura e trattamenti crudeli e inumani. Le conseguenze per chi le subisce sono state riconosciute come devastanti, con traumi fisici e psicologici che spesso segnano le vittime per l’intera vita. Queste pratiche vengono spesso presentate impropriamente come «terapie» e possono assumere forme diverse. Si va da interventi medici ad approcci omeopatici fino a rituali religiosi come esorcismi.
Cosa prevede la proposte all’Ue
L’iniziativa dei cittadini delinea un percorso giuridico netto che parte dall’introduzione di un divieto vincolante applicabile in tutti i 27 Stati membri. Si punta, infatti, a inserire ufficialmente le pratiche di conversione nell’elenco dei crimini europei. Un altro obiettivo è la revisione della direttiva sui diritti delle vittime e garantire standard uniformi di protezione e assistenza in tutta l’Unione. Nonostante la spinta popolare, il fronte politico dell’Ue resta profondamente frammentato. Nonostante il forte sostegno popolare, il fronte politico resta diviso. La commissaria europea per le pari opportunità, Hadja Lahbib, ha dichiarato che la Commissione non ha ancora assunto una posizione ufficiale.
Il dibattito al Parlamento Ue si divide
Nel dibattito al Parlamento europeo di ieri sono emerse posizioni opposte. L’eurodeputata socialista Marina Kaljurand ha sottolineato la necessità di vietare queste pratiche, già proibite in diversi Paesi ma ancora legali in altri. Marc Angel, dello stesso gruppo, ha ricordato che includono oltre ad abusi verbali e fisici, anche violenze estreme, affermando che «non c’è nulla da guarire». Di segno diverso l’intervento di Paolo Inselvini (Ecr), che nonostante condanni «violenza e coercizione», sostiene che gli ordinamenti nazionali già prevedono reati adeguati. A suo avviso, una normativa europea rischierebbe di estendersi oltre gli abusi, coinvolgendo anche ambiti come famiglia, relazioni personali e religione, con possibili ricadute sulla libertà di espressione. «Un padre e una madre non potranno più consigliare il proprio figlio? Non potranno più dirgli di rispettare la propria identità biologica? O un sacerdote dovrà avere paura a trattare certi temi alla luce del catechismo? Con la scusa di alcuni casi specifici, pare che si voglia tappare la bocca a tutti coloro che non la pensano come la vulgata Lgbt», ha dichiarato in aula. Posizione opposta quella dell’eurodeputato Alessandro Zan, che ha ribadito la necessità di una norma comune, ricordando come in Italia e in altri Paesi manchi ancora una legge specifica.
La situazione nell’Ue: pochi Paesi hanno un divieto alle pratiche
Ma la divisione dell’Eurocamera non è che lo specchio di un’Europa a due velocità. Nell’Unione europea non esiste un approccio uniforme. Al momento, solo otto Paesi vietano le pratiche di conversione. Si tratta di Belgio, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Malta, Portogallo e Spagna. Le normative, però, variano. In Grecia il divieto, introdotto nel 2022, riguarda solo minori e persone incapaci di autodeterminarsi e non gli adulti che danno il proprio consenso a queste pratiche. In Germania, dal 2020, la proibizione si applica ai minori e agli adulti in condizioni di vulnerabilità. Più ampia la legge spagnola, che vieta queste pratiche anche in presenza del consenso della persona. Malta è stata il primo Paese Ue a introdurre un divieto nel 2016, con sanzioni che includono multe e pene detentive. In Italia non esiste ancora una legge specifica. Le pratiche di conversione, però, sono considerate non etiche e contrarie ai codici deontologici di medici e psicologi, con possibili sanzioni disciplinari fino alla sospensione o alla radiazione dagli albi professionali. Per questi motivi, l’obiettivo della proposta popolare è proprio quella di adottare una normativa comune nell’Ue. Ora entro il 20 maggio, la Commissione europea dovrà illustrare quale azione intende proporre in risposta all’iniziativa e i motivi della decisione di agire o meno.
