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“Call a boomer”: nasce la cabina telefonica che connette la Gen Z con una residenza per anziani

30 Marzo 2026 - 13:16 Roberta Brodini
call a boomer
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Dopo "Call a Republican", arriva "Call a Boomer": un esperimento di neuroscienza per combattere l'isolamento generazionale ed avvicinare Gen Z e Boomer

Si chiama “Call a boomer” (letteralmente «Chiama un boomer») ed è un esperimento lanciato dalla start-up statunitense Matter Neuroscience. Collocato fuori dalla Boston University, in prossimità del Dipartimento di Ingegneria, mette a disposizione di studenti universitari, ma anche di semplici passanti, una cabina telefonica – decisamente da boomer – collegata con un unico interlocutore: una casa di cura in Nevada, a più di 4.000 chilometri di distanza. L’obiettivo dichiarato dagli ideatori è quello di favorire la connessione tra quelle che, secondo i dati, sono le generazioni che più spesso soffrono di solitudine.

L’esperimento

Il primo passo per i ragazzi di Matter Neuroscience, una start-up nel settore della salute mentale focalizzata sulla ricerca scientifica alla base della felicità e sulla creazione di strumenti per combattere i principali disturbi depressivi, è stato quello di comprare delle cabine telefoniche su Facebook Marketplace o Craigslist spendendo tra i 300 e i 600 dollari per cabina. Successivamente, hanno proceduto sostituendo i vecchi telefoni con nuovi apparecchi dotati di tecnologia VOIP, ovvero connessi a internet, utilizzando lo stesso principio presente nei telefoni di emergenza 911. Il costo totale dell’esperimento è stato di 11.200 dollari. Dopo aver apportato tutte le dovute migliorie tecniche, il passo inaspettatamente più difficile sarebbe stato, però, quello di trovare dei proprietari di casa disposti a permettere l’installazione degli apparecchi. Sembra che non fossero in molti, infatti, ad essere felici di concedere uno spazio per questo esperimento. La prima cabina “Call a boomer“(i boomer sarebbero le persone nate tra il 1946 e il 1964, ndr) è stata comunque installata fuori dalla caffetteria Platform di Boston, molto frequentata da studenti e a pochi metri da una fermata del tram. Due sole regole: che da un lato della cornetta, a chiamare i boomer della residenza per anziani ci sia un esponente della Gen Z (generazione che raccoglie i nati tra il 1997 e il 2012, ndr), e che, dall’altro, il boomer si impegni a rispondere “Hi Zoomer!”, anche se – a onor del vero – in quasi nessuna delle conversazioni registrate sembra che gli anziani abbiano optato per questo saluto innovativo.

La solitudine nei giovani

Sui social, Matter Neuroscience si presenta così: «Allena il tuo cervello a essere più felice. Unisciti alla prima palestra delle emozioni al mondo, sostenuta dalle neuroscienze e radicata nella comunità». Nel 2023, uno su tre adulti di età compresa tra i 50 e gli 80 anni (più precisamente il 34%) ha confessato di sentirsi isolato rispetto agli altri. Un campione di intervistati, selezionato poi tra studenti universitari, rivelava come, nel 2008, si sentisse solo solamente il 61% degli universitari, mentre nel 2019 la percentuale fosse salita al 67,4%. Come riportano gli ideatori dell’esperimento: «È stato dimostrato che sentirsi soli ha conseguenze peggiori per la salute che non fare esercizio o bere troppo ed è persino peggio di fumare 15 sigarette al giorno. Ma conversazioni positive possono allungare la vita, diminuendo i livelli di cortisolo».

Le conversazioni tra zoomer e boomer

A farla da padrone nelle conversazioni tra Boomer e Zoomer, forse come strategia rompighiaccio, è decisamente il tempo atmosferico: « Com’è il tempo?», chiede April, la boomer. «È piuttosto piovoso…umido. Tutti hanno i capelli gonfi…ma almeno ci da tregua dalla neve…» risponde Charlotte, la zoomer. «Qui la neve è finita e il tempo è molto mite», ribatte April. Ricorrenti poi i «cosa fai oggi?» degli anziani, ma anche i «quanti anni hai?» dei giovani, incuriositi dall’età delle voci misteriose dall’altro capo del telefono. Ma ci sono state anche conversazioni più profonde. Da un lato della cornetta, laboomer April chiede: «Hai qualche consiglio per me, per comunicare meglio con la tua generazione?». Un po’ sorpresa, e un po’, forse, fraintendendo la domanda, la zoomer Charlotte ha risposto: «Credo che tutti debbano staccarsi dal telefono, uscire e incontrare gente» mentre, alla stessa domanda, questa volta posta dalla zoomer, la risposta sarebbe stata: «Sorridere anche nel dolore. Mostrare sempre un sorriso, anche quando sei arrabbiata perché il sorriso arriva lontano». Santa pazienza e santa saggezza d’altri tempi, verrebbe da pensare.

L’esperimento “The party line”: chiama un repubblicano (o chiama un democratico)

Un precedente esperimento, sempre targato Matter Neuroscience e dal titolo The party line, aveva sfruttato la stessa tecnologia VOIP applicata alle cabine a gettoni, questa volta coinvolgendo due città decisamente agli antipodi, non solo geograficamente ma per la loro composizione sociale. Si tratta di San Francisco, in California, una delle città più liberali e democratiche d’America, e Abilene, in Texas, una delle più conservatrici. Nella città californiana si poteva quindi trovare un telefono dal nome “Call a Democrat”, mentre in quella texana un apparecchio dal nome “Call a Republican”. L’obiettivo: dare modo alle due comunità di sperimentare conversazioni di valore senza odio, per dimostrare che persone di fazioni politiche diverse e avversarie hanno, biologicamente, molte più cose in comune che caratteristiche che le differenziano. Se, da un lato, i discorsi politici spesso causerebbero stress, dall’altro, le conversazioni da essere umano a essere umano lo ridurrebbero notevolmente.

La sorpresa dell’esperimento

Al di là di alcune conferme sulla veridicità degli stereotipi di partenza, la grande rivelazione dell’esperimento è stata piuttosto la scoperta che in realtà quasi nessuno dei partecipanti ricalcasse il ruolo per il quale sembrava destinato. Il caso più eclatante è stato quello nella conversazione tra la californiana Lucy e la texana Mary. Lucy esordisce subito con piglio simpatico e provocatorio: «Come state lì? Siamo preoccupati per voi! Qui è tutto…piuttosto Queer!», facendo seguire una risatina sottile. Con sua sorpresa, ha però ricevuto in risposta: «Io non sono repubblicana. Ho un figlio trans, ma lo devo dire a bassa voce…ahah». Come riporta in un post Matter Neuroscience: «Molte delle conversazioni registrate sulle linee telefoniche a due partiti non sono avvenute tra un repubblicano e un democratico. Alcuni non dichiarano la propria posizione, altri si collocano in una posizione intermedia, a volte si tratta di due repubblicani e, a volte, di due liberali». In molti hanno poi specificato di non sentirsi rappresentati né dal partito democratico, né da quello repubblicano, definendosi spesso «indipendenti».

 
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