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Che cos’è la ricina, il veleno invisibile che ha ucciso madre e figlia dopo il cenone di Natale: perché finora le analisi non avevano trovato niente

31 Marzo 2026 - 15:58 Giovanni Ruggiero
Madre e figlia avvelenate dalla ricina
Madre e figlia avvelenate dalla ricina
Quando può essere letale la sostanza trovata nel sangue di Antonella Di Ielsi e della figlia 15enne Sara Di Vita. Le analisi fallite finora sugli alimenti, finché le indagini non hanno scartato del tutto l'ipotesi dell'intossicazione alimentare

La ricina è emersa dalle ultime analisi sul sangue di Antonella Di Jelsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15 anni, morte a Campobasso nei giorni successivi ai pranzi di Natale. Con la scoperta di questo veleno, la Procura ha aperto un nuovo fascicolo per duplice omicidio premeditato contro ignoti, abbandonando definitivamente l’ipotesi dell’intossicazione alimentare. La ricina è una fitotossina, cioè una proteina tossica di origine vegetale estratta dai semi della pianta di ricino, comune anche nei climi mediterranei. Ha una caratteristica che la rende particolarmente insidiosa: lascia pochissime tracce nel sangue delle vittime e, ad oggi, non esiste alcun antidoto approvato per uso umano.

Come agisce la ricina nel corpo e perché è così letale

A livello biochimico, la ricina disattiva i ribosomi, le strutture cellulari responsabili della sintesi proteica. Il meccanismo è subdolo: il veleno si lega alla superficie della cellula ingannandola e facendosi assorbire, per poi bloccare dall’interno la produzione di proteine. Senza di esse, le cellule muoiono e gli organi collassano progressivamente. La pericolosità varia in base alla via di assunzione. È indubbiamente la via più letale quella per iniezione, che provoca morte rapida per collasso circolatorio. Invece per inalazione causa edema polmonare e insufficienza respiratoria, mentre per ingestione genera vomito, diarrea emorragica e insufficienza renale. In genere il decesso avviene entro tre-cinque giorni dall’esposizione. La dose letale media è stimata intorno a 0,2 milligrammi per chilo di peso corporeo.

Il veleno delle spie sovietiche nella Guerra Fredda

La ricina non è solo un elemento ricorrente nelle serie crime, da Breaking Bad a Csi. Ha una storia reale e inquietante. Il caso più celebre risale al 1978, quando il Kgb sovietico la utilizzò per assassinare il dissidente bulgaro Georgi Markov a Londra, iniettandogliela nella gamba tramite la punta modificata di un ombrello. Un episodio ricordato anche in Breaking Bad da Walter White/ Bryan Cranston che esaltava loe caratteristiche della ricina, «un veleno potentissimo, letale anche in piccole dosi, ed è molto difficile da rilevare durante l’autopsia. Alla fine degli anni ’70 la ricina fu utilizzata dal Kgb per assassinare un giornalista bulgaro. Modificarono la punta di un ombrello e gli iniettarono una piccolissima dose nella gamba. Stiamo parlando di un volume poco più grande della capocchia di uno spillo».

Negli anni della Seconda guerra mondiale e della Guerra Fredda, eserciti americani e iracheni tentarono di svilupparla come agente per armi biologiche di massa, sfruttando la sua tossicità per inalazione e iniezione. Fu però scartata perché ritenuta meno efficace dei gas nervini. Più di recente, negli Stati Uniti sono stati registrati diversi episodi di lettere cosparse di ricina inviate a politici, tra cui i presidenti Barack Obama e poi Donald Trump, anche se il contatto cutaneo resta meno rischioso.

Il precedente con la vendetta a Torino nel 2019

Non è la prima volta che la ricina compare nelle cronache giudiziarie italiane. Come ricorda TgCom, nel 2019 due giovani torinesi la utilizzarono per tentare di avvelenare due coetanei, colpevoli ai loro occhi di essersi fidanzati con le ragazze di cui erano innamorati. Un episodio che aveva già fatto scattare l’allarme su quanto la sostanza potesse essere usata per scopi criminali, pur non essendo di facile reperibilità. E poi c’è il caso di Campobasso, per il quale la procura indaga per duplice omicidio premeditato.

La ricerca di un vaccino o un antidoto alla ricina

Sul fronte scientifico, la ricerca di un antidoto o di un vaccino contro la ricina è ancora in corso. La società americana Soligenix, con sede a Princeton nel New Jersey, sta sviluppando un vaccino che però ha superato solo le fasi iniziali della sperimentazione clinica e non ha ancora ricevuto l’approvazione della Food and Drug Administration. In teoria potrebbe essere somministrato alle vittime in base a una cosiddetta «autorizzazione all’uso di emergenza», che consente l’impiego di trattamenti non ancora approvati in assenza di alternative valide. Per ora, però, chi viene esposto alla ricina non dispone di alcuna cura specifica. E spesso, come dimostra il caso di Campobasso, è difficile anche individuare la giusta diagnosi per i medici che si ritrovano davanti a un sospetto avvelenamento.

Foto di Annette Meyer da Pixabay