Paghi per gli insulti degli altri: perché il caso Butera mette a rischio ogni profilo social

Si sta configurando un precedente legale che potrebbe trasformare ogni profilo social in una potenziale rovina economica. È la storia di Fabio Butera, il giornalista italiano condannato a pagare 33.000 euro (tra risarcimento e spese legali) per un motivo che riguarda chiunque possieda uno account social su Facebook o Instagram: non aver cancellato gli insulti (o presunti tali) scritti da terzi sotto un suo post.
Si tratta di una vicenda paradossale, dove nonostante il post originale e scritto dallo stesso Butera fosse inattaccabile, i giudici hanno stabilito che l’illecito consiste nell’omessa rimozione dei commenti altrui. Non importa se non è stato l’autore del post a scrivere quelle offese (o presunte tali): se sono sulla sua bacheca e non le cancella, secondo i giudici, la responsabilità (e il conto da pagare) viene addossata a lui.
Perché la sentenza Butera riguarda tutti noi
L’organizzazione internazionale ARTICLE 19 (che prende il nome dall’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani) ha lanciato un allarme chiaro: i tribunali stanno trattando i privati cittadini come se fossero grandi multinazionali del web, senza poter usufruire di algoritmi e uffici legali per moderare i contenuti.
Infatti, un utente comune non può monitorare la propria bacheca 24 ore su 24 e non tutti hanno la preparazione per stabilire se un commento sia “diritto di critica” o “diffamazione”.
Il rischio più grande: la “censura per paura”
Il caso Butera rischia di diventare un’arma per silenziare chiunque, soprattutto da chi ritiene che dia fastidio. Secondo ARTICLE 19, si sta verificando una “militarizzazione” delle cause civili. Per come funzionano i social, potrebbe configurarsi il fatto che soggetti malintenzionati inseriscano apposta commenti pesanti sotto il post di cronisti, attivisti o semplici cittadini “scomodi” al solo scopo di esporli a querele.
Questo porta a una delle conseguenze peggiori nell’ambito della libertà di espressione: l’autocensura. Infatti, per il terrore di dover pagare caro, perdendo la casa o i propri risparmi, ogni utente potrebbe decidere di chiudere i commenti. O, peggio, smettere di pubblicare contenuti su temi di interesse pubblico.
C’è una speranza: il caso Pătraşcu
La speranza per disinnescare questo incubo arriva da una storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), riguardante un caso simile capitato a un ingegnere informatico rumeno di nome Alexandru Pătraşcu.
Non parliamo di un giornalista o di un attivista, eppure anche lui è stato condannato in Romania per non aver rimosso dei commenti offensivi sul suo blog amatoriale. La CEDU, però, ha ribaltato la situazione.
Secondo la Corte Europea, la bacheca social di un privato cittadino non può essere equiparata a un grande portale di notizie. Inoltre, condannare un cittadini per dei commenti altrui senza una legge precisa violerebbe l’Articolo 10 della Convenzione europea.
Alla fine, lo Stato rumeno è stato condannato a risarcire Pătraşcu con oltre 10.000 euro.
I tre nodi cruciali della sentenza contro Butera
Per comprendere appieno la gravità di questo precedente, è necessario analizzare tre aspetti che trasformano questa e future vicende in un “labirinto giuridico senza via d’uscita” per i titolari di una pagina o di un account social.
Il primo elemento sorprendente riguarda la dinamica dei fatti: il denunciante non ha mai chiesto a Fabio Butera di cancellare i commenti. Nonostante esistano strumenti di segnalazione immediata su Facebook e diretti nei confronti dei giornalisti (attraverso, ad esempio, la PEC obbligatoria), né nei giorni della pubblicazione né negli anni successivi è arrivata una richiesta formale o informale di rimozione. Di fatto, Butera si è ritrovato condannato per non aver rimosso contenuti che nessuno gli aveva mai segnalato come offensivi.
Il secondo paradosso riguarda i veri responsabili dei commenti. Infatti, gli autori non sono mai stati perseguiti nonostante fossero persino identificabili. Secondo la sentenza del Tribunale di Verona, tra questi autori ci sono le stesse persone che hanno poi avviato un esposto all’Ordine dei Giornalisti del Veneto contro il denunciante, anch’egli giornalista.
Secondo l’organizzazione ARTICLE 19, la responsabilità legale dovrebbe ricadere sugli autori dei commenti. Attraverso i casi Pătraşcu e Butera, è l’amministratore dello spazio a diventare il “capro espiatorio” per le colpe altrui.
C’è poi un ulteriore dilemma. Se il titolare di una pagina o di un account privato decidesse di eliminare dei commenti che ritiene non debbano rimanere online, rischierebbe di eliminare una prova necessaria a chi si ritiene diffamato per presentare la dovuta querela. Nel caso Pătraşcu, infatti, il blogger si era difeso sostenendo di non aver rimosso i commenti proprio per non essere accusato di distruzione di prove utili al magistrato per esprimere un giudizio finale.
Nel caso Butera, il denunciante ha provveduto a “cristallizzare” i commenti, acquisendo e stampando gli screenshot. Infine, i giudici italiani hanno ritenuto che la mancata rimozione immediata dei commenti sia da considerare come una “consapevole condivisione” degli attacchi nei confronti del denunciante, rendendolo complice di diffamazione.
