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Insulta la ex nel proprio stato di Whatsapp, per la Cassazione è stalking anche se il numero è bloccato

02 Aprile 2026 - 09:45 Cecilia Dardana
stalking cassazione whatsapp
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La Suprema Corte chiarisce che pubblicare minacce o offese visibili ai contatti comuni integra il reato di atti persecutori, anche se la vittima ha bloccato il numero dell'ex compagno. Per i giudici è una «subdola interferenza» nella vita privata che genera ansia e paura

La Corte di Cassazione ha stabilito che lo stato di Whatsapp non è una zona franca per chi vuole tormentare l’ex partner. Anche se i contenuti sono effimeri e scompaiono dopo un giorno, la loro pubblicazione può configurare il reato di stalking se sono idonei a raggiungere la vittima e a stravolgerle la vita. Secondo i giudici della Quinta Sezione Penale, non serve un contatto diretto o un pedinamento fisico: basta utilizzare lo spazio virtuale dei social in modo strategico per inviare messaggi intimidatori che, pur non essendo notificati direttamente, finiscono inevitabilmente per essere riferiti alla persona offesa da amici o conoscenti comuni.

La relazione finita e l’inizio degli atti persecutori

Tutto ha inizio dalla fine di una relazione sentimentale avvenuta nel 2019, che ha portato alla condanna di un uomo a un anno e sei mesi di reclusione per atti persecutori. La vittima, esasperata da telefonate e messaggi, aveva deciso di bloccare il numero dell’ex, ma l’uomo ha continuato la sua pressione psicologica pubblicando insulti («munnez», per fare un esempio) e minacce nello stato di Whatsapp. Comportamento che, insieme ai contatti con persone vicine alla donna, ha sprofondato la vittima in un grave stato d’ansia, costringendola a cambiare radicalmente le proprie abitudini: si è rifugiata dai genitori e ha allontanato il figlio, mandandolo a vivere dal padre per timore che potesse succedergli qualcosa di grave.

Lo stato di whatsapp

La difesa dell’imputato aveva tentato di smontare l’accusa puntando tutto sulle caratteristiche tecniche della piattaforma. Gli avvocati sostenevano che lo stato di Whatsapp fosse una forma di comunicazione «passiva» ed «effimera», visto che il contenuto scompare dopo 24 ore e non impone alcuna notifica unilaterale a chi lo guarda. Secondo questa tesi, sarebbe stata la vittima a «cercarsi» il disagio chiedendo attivamente ad amiche e parenti di controllare il profilo dell’ex. La Suprema Corte ha però respinto fermamente questa logica, sottolineando che è stalking anche la comunicazione di messaggi ingiuriosi diretta a più destinatari legati alla vittima, quando lo stalker agisce nella «ragionevole convinzione che la vittima ne venga informata».

Il nodo degli screenshot come prova nel processo

Un punto fondamentale della decisione riguarda l’uso degli screenshot come prova nel processo. La difesa sosteneva che le immagini dei messaggi fossero inutilizzabili perché acquisite dalla polizia senza un apposito decreto di sequestro, violando la segretezza della corrispondenza. La Cassazione ha però chiarito che, quando è la stessa vittima o un testimone a consegnare spontaneamente le schermate agli inquirenti, non serve alcun provvedimento del magistrato. Una volta che un messaggio è stato ricevuto, il destinatario ne diventa «contitolare» e può liberamente disporne per denunciare un reato, visto che in quel momento la comunicazione cessa di essere segreta e diventa, a tutti gli effetti, il «corpo del reato».

La procedibilità del reato di stalking

Infine, i giudici hanno blindato la condanna affrontando i recenti dubbi normativi sulla procedibilità dello stalking, legati anche a una sentenza della Corte Costituzionale. Nonostante l’uomo fosse stato assolto da un’accusa di danneggiamento aggravato che inizialmente rendeva il processo automatico, la Cassazione ha ritenuto valida la querela presentata dalla donna nel gennaio 2026. La Corte ha ricordato che la volontà della vittima di veder punito il colpevole può essere desunta anche da atti che non contengono formule particolari, come la persistente «costituzione di parte civile» nel processo, confermando così che il sistema giustizia deve proteggere chi subisce queste moderne forme di persecuzione digitale.

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